POTRA’ SEMBRARE STRANO OGGI

Che significato ha il successo di “Vieni via con me” per l’Italia? E’ stato un programma che personalmente ho trovato molto interessante e ben organizzato, ricco di spunti, di novità, di facce nuove, di facce vecchie ritrovate, di carisma, di allegria, di musica e soprattutto di cultura. Vedere “Vieni via con me” battere in maniera così eclatante il Grande Fratello fa ben sperare per il futuro e, se vogliamo, questa è una piccola/grande risposta a tutte quelle persone che non fanno nulla, pur percependo in profondità la bassezza della politica attuale, per cambiare quello che in maniera un po’ qualunquista viene chiamato il “Sistema”, e solitamente si limitano a dire: “Tanto non cambierà mai niente”. Non è vero, si può cambiare, anzi, qualcosa a mio avviso è già cambiato. E’ una bugia dire che gli italiani, come ho già scritto in passato, sono un branco di ignoranti caproni con i paraocchi, ci sono molti italiani che non sono interessati al Grande Fratello e alla tv spazzatura, che pretendono una tv di qualità che stimoli i cittadini a riflettere, che dia spazio a tutte le sfaccettature politiche ed etiche presenti sul nostro territorio e non. Finalmente la tv ritorna a far parlare persone che fanno cultura come Benigni, Abbado, Saviano, Fo, Renzo Piano, etc… Finalmente l’Italia ridà spazio a quelle personalità che ci hanno reso un grande Paese, perchè se noi siamo quello che siamo non lo dobbiamo a Maria De Filippi, a Corona o a Lele Mora (potrà sembrare strano oggi…) ma lo dobbiamo a persone come Galileo Galilei, Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Enrico Fermi, Totò, Sergio Leone, Mario Monicelli, insomma persone che facevano cultura, persone che si sono distinte per le loro qualità morali e intellettuali e ogni Stato che voglia essere all’avanguardia è su questi soggetti che deve puntare (potrà sembrare strano oggi…). Noi siamo rimasti indietro proprio perchè releghiamo in soffitta le nostre menti migliori, le rinchiudiamo e le teniamo nascoste, per paura che a qualcuno salti in mente di imitarle. E’ colpa della cultura: prendetevela con lei! Schiaccia tutto ciò che trova davanti, qualsiasi frottola, balla, bugia, idiozia, offesa, volgarità, la prende, la accartoccia e la getta via, pronta ad elevare invece riflessioni, fatti, notizie, opinioni, di destra e di sinistra, musica, poesie, monologhi, a dare spazio ad attori, gente comune, giovani. Inoltre, questo è stato un programma ITALIANO, nel senso che ha parlato a tutti gli italiani: Saviano che parla con il tricolore in mano e sembra un eretico, quando invece dovrebbe essere una cosa normale, quasi banale. Riparlare di “Italia Unita”, oggi, ha un grande valore, perchè francamente il 09 Luglio 2006 facevamo un po’ ridere: tutti amici e fratelli dopo aver vinto il mondiale in Germania e il 10 Luglio di nuovo tutti a scannarci sul federalismo, sulla polenta e sulla soppressata. Così dovrebbe essere un tv diversa e non solo per 4 settimane ma per molto, molto più tempo. In conclusione, questo è stato in parte “Vieni via con me”, certo, ci sono anche dei lati negativi del programma, vedi l’eccessiva “fossilizzazione” su Berlusconi ma questo è ciò che un Paese normale dovrebbe fornire attraverso il suo servizio pubblico: un’alternativa. Anche se potrà sembrare strano oggi.

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LO SPECCHIO DELL’ITALIA

Quante volte abbiamo sentito dire, alla radio, sui giornali, in tv: “Gli italiani continuano a votare Berlusconi perchè sono esattamente come lui, o almeno vorrebbero diventare come lui, in lui si riconoscono, si rispecchiano”. Ma è davvero così? Noi italiani siamo così o vorremmo essere così? Personalmente non lo credo. Non credo soprattutto che gli italiani siano un branco di ignoranti come spesso si tende a definirli, il popolo dello stivale viene spesso descritto come una “massa amorfa”, che si conforma al potente di turno. Certo è però, che tutto questo è strano: in quale altro Paese un Primo Ministro sarebbe ancora lì dopo tutti gli scandali di cui è stato protagonista Berlusconi. In giro sento dire: “è invincibile!”, “è indistruttibile”, “è immortale”, “non lo abbatterete mai”, “il gossip non premia”. Le solite balle: per scandali del genere, tipo quest’ultimo del bunga-bunga, per far sì che qualcosa si possa smuovere c’è bisogno di una presa di coscienza dell’opinione pubblica oppure di un gesto esemplare da parte del diretto interessato (ad esempio le dimissioni, cosa che in un Paese normale sarebbero state sicuramente già eseguite), ma poichè non siamo un Paese normale, l’opinione pubblica dorme sonni tranquilli e quindi il Premier non percepisce e forse mai percepirà, quel minimo di salubre vergogna che fa tanto bene a chi produce figuracce in maniera così frequente. Quindi non è lui ad essere invincibile o indistruttibile ma siamo noi che non siamo abbastanza sicuri e decisi nell’esprimere la nostra “indignazione”, una parola che ormai è andata perduta, spazzata via dalla neolingua berlusconiana. Tutto questo complesso di immagini e riflessi però sembra rientrare in una sorta di “Teoria del tifo politico” la quale rende l’elettore un tifoso, un affiliato ad una casata o ad una squadra ben precisa che rispetto alle altre squadre ha di diverso solo il colore delle magliette. Dimentichiamoci quindi il prototipo del cittadino consapevole e arbitro delle proprie scelte politiche in grado di valutare criticamente l’operato delle varie “squadre”. La politica è come il calcio quindi? Bè, oggi sembrerebbe di sì. Slogan, striscioni, cori da stadio, appartenenze di fede, quasi come se una partito fosse una gabbia in cui rinchiudersi dai 18 ai 120 anni di età. La cosa peggiore però è che mentre questa “fede” politico/calcistica prima era dettata comunque da un “riflesso” ideologico, oggi sembra essere essere dovuta solo ed esclusivamente a degli interessi privati, quelli che riguardano il singolo cittadino o il singolo elettore e nasce da qui poi l’espressione “Parlare alla pancia degli elettori”, frase mai più idonea per descrivere questa fase sociale. In questo modo però gli errori e le farse della politica vengono coperti, offuscati dal tifo, dall’appartenenza di fede (o di pancia) e il tanto agognato “senso critico” va a farsi benedire. La capacità di valutare, di criticare e di pensare dell’elettore è l’unica chiave di volta del sistema democratico perchè permette alla politica un costante ricambio in positivo che negli ultimi anni è materialmente venuto a mancare. Sembriamo un popolo di tifosi innamorati ciascuno di uno specchio diverso e non ci accorgiamo che in politica quello specchio dovrebbe riflettere non la nostra immagine esteriore ma la nostra idea di Stato. Nonostante tutto però, penso ancora che gli italiani non siano esseri antropologicamente deficienti ma persone comunque dotate di intelligenza e di “senso critico”. Forse sono un illuso…O forse no.

“Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre” (Winston Churchill)

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SARAH E I TG

Non c’è dubbio che la vicenda di Sarah Scazzi abbia una notevole componente noir e misterica che affascina profondamente gli italiani. Giornali, dirette tv, commenti da bar, di tutto di più su una storia molto difficile da rileggere. Il rispetto verso la famiglia Scazzi è massimo e totale ma questo resta pur sempre un evento di cronaca nera. E’ eccessivamente luminoso il riflettore mediatico che si è acceso sull’assassinio di Avetrana e dovremmo capire se effettivamente quest’attenzione pubblica sia o meno rispettosa della dignità della famiglia della vittima e della memoria della vittima stessa. Ogni giorno i telegiornali sembrano bollettini di guerra: iniziano con l’annuncio di un omicidio e terminano con un altro annuncio dello stesso genere, educandoci inevitabilmente ad una sorta di routine dell’orrore a cui ormai siamo perfettamente abituati. Uno dei requisiti del diritto di cronaca richiede che la notizia da diffondere sia di interesse pubblico, in questo caso dov’è l’interesse pubblico? E’ giusto che la cronaca nera continui ad esistere nel mondo del giornalismo, per carità, ma aprire ogni giorno il giornale con notizie che non sono di interesse pubblico e che servono solo agli editori per aumentare le vendite, devia l’attenzione dei cittadini da altri problemi e da altre notizie che sono, effettivamente, di interesse pubblico. Il fatto che questa vicenda sia, come ho scritto all’inizio, una vicenda entusiasmante, ricca di colpi di scena, perfetta per un film (e sicuramente penseranno ad una fiction per le casalinghe di voghera) sembra quasi autorizzare tutti i media a puntare le telecamere verso casa Scazzi e i turisti a fare “pellegrinaggi” (addirittura) ad Avetrana per commemorare e ricordare Sarah. Ma quante Sarah Scazzi ci sono, in Italia e nel mondo, che ogni giorno finiscono nell’oblio, che non ricevono neanche un trafiletto su un giornale o una messa celebrata in diretta tv. Sono i media che decidono quale vittima sia degna di essere ricordata e celebrata e quale no, in base a quanto è avvincente la sua storia, in base a quanto “vende” quella notizia, i media decidono, inoltre, quale ragazza uccisa sia degna di diventare oggetto di pellegrinaggi da parte delle persone televisionizzate e quale funerale sia meritevole di essere trasmesso in diretta tv. Il rispetto per la dignità delle vittime non sta nel silenzio assoluto ma neppure nell’accanimento mediatico che quest’oggi, per l’ennesima volta, dopo Erba e Cogne, si sta verificando. E’ necessario trovare un giusto punto di equilibrio, per non perdere la bussola dell’informazione.

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SEVERGNINI E L’ITALIA CHE FU

Sfogliando il Corriere della Sera mi ritrovo davanti ad un articolo di Beppe Severgnini dal titolo: “L’Italia, un luogo comune, nei (nuovi) film americani”. Severgnini si meraviglia del trattamento estero riservato a noi italiani, rappresentati immersi nei nostri luoghi comuni più squallidi nei film d’oltreoceano più recenti. La domanda sorge spontanea: ma perchè dovrebbero rappresentarci diversamente? Cosa stiamo dando di diverso al resto del mondo? Severgnini si appella ancora ai successi cinematografici di “Vacanze Romane” con Audrey Hepburn e Gregory Peck in giro per Roma in Vespa senza casco, ma sembra quasi un po’ come quando noi del Sud ci attacchiamo alla Magna Grecia per cercare di tenere il confronto con i settentrionali. A quanto pare all’estero si sono resi perfettamente conto di come noi italiani siamo diventati, il problema è che forse siamo proprio noi abitanti dello stivale a non essercene ancora accorti e ci meravigliamo quando poi ci capita di vedere film come “Somewhere” e “Mangia, prega, ama” dove ci ritraggono come un popolo casereccio e coatto, alle prese con alberghi di lusso, telegatti e parolacce urlate per strada. E’ un circolo vizioso molto difficile da sopportare: si pretende di fare bella figura nel cinema ma guarda caso si tagliano proprio i fondi per il cinema, si pretende di apparire più colti e preparati e di vincere premi Nobel ma basta farsi un giro nelle università italiane per capire che fine fanno i fondi per le università e i nostri validi ricercatori, costretti ad emigrare nelle università inglesi e americane. Si pretende senza dare e poi quando risulta evidente il dislivello ci si ricorda di Leonardo da Vinci, di Giulio Cesare, di Michelangelo, di Sergio Leone, di Cristoforo Colombo e del Mondiale del 2006. Abbiamo rimpiazzato la cultura con prostitute e telegatti e poi esigiamo che ci vengano leccati i piedi e tessute lodi in virtù di quello che hanno fatto i nostri antenati secoli or sono? Siamo un Paese che vive di rendita, di emozioni nostalgiche, di ricordi di momenti che non abbiamo mai vissuto ma che la Storia ci racconta come essere stati gloriosi. E allora ci gongoliamo pensando di essere ancora i numeri 1, di essere ancora una grande nazione, che si ricorda di essere tale solo davanti alla televisione mentre tifiamo, non per la Nazionale, ma per il calciatore che proviene dalla nostra città, o peggio, dal nostro quartiere. All’estero gli scandali succedono ma hanno l’eco mediatico che meritano e soprattutto coloro che sono coinvolti ne pagano le conseguenze (a volte anche per serie bazzeccole, vedi il caso “Jacqui Smith” in Inghilterra). In Italia invece (dove gli scandali che ci sono farebbero rizzare i capelli persino ad un cadavere) tutto sembra normale, perchè l’asticella dell’indignazione è molto molto bassa. In “30Rock” una bella ragazza in bikini esclama: “Sono un senatore italiano!”, e Severgnini si chiede “come mai”? Forse all’estero gli scandali sugli incontri tra prostitute e politici italiani non passano così inosservati? All’estero si vergognano per noi mentre in Italia quando succede qualcosa del genere, i berluscones ti rispondono:”Ma che cosa ce ne frega? Sono fatti loro, sono faccende private!”. Questo perchè il livello della nostra democrazia è talmente basso che un politico viene visto come un semplice lavoratore a contratto indeterminato, non come un dipendente al servizio dei cittadini che deve dare conto della sua condotta, anche privata. Certo è una questione di evoluzione culturale, forse dobbiamo ancora riprenderci dalla vittoria sui Galli per la quale, a quanto pare, stiamo ancora festeggiando, però poi facciamo pure la faccia stizzita se all’estero ci ricordano più per la D’Addario che per Dante Alighieri.

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NON DARCELA A BERE

Il mondo sembra quasi essersi fermato questa estate. Fini-Berlusconi, Berlusconi-Fini. E’ stato divertente vedere tutti gli antiberlusconiani appollaiati virtualmente sui balconi di Palazzo Chigi aspettando un funerale politico che però, almeno per il momento, sembra non essere arrivato. Molti ripongono delle speranze in questo nuovo ed ipotetico “terzo polo” (e non si capisce neanche perchè “terzo” visto che il “secondo” non si trova: ecco quindi l’unione FLI, UDC, API: Fini, Casini, Rutelli, tre facce nuove, anzi, nuovissime. In particolare Gianfranco Fini, allievo di Giorgio Almirante, missino convinto, è in politica praticamente da una vita, co-fondatore del PDL assieme a Silvio Berlusconi, ora si presenta ai nostri occhi come un politico vergine, pulito, immacolato, al fianco della Legalità e della Magistratura. Verrebbe da chiedersi: ma è lo stesso Gianfranco Fini di prima? Sì è lo stesso, è cambiata solo la sua posizione nella gerarchia dei preferiti del Premier, Fini è crollato sotto i pestoni elettorali di Bossi & Company ma soprattutto ha pagato a caro prezzo l’alleanza partitica con Mr. B di pochi anni fa. Fini è stato al fianco di Berlusconi per molto tempo ma stranamente non si è mai accorto del tipo di persona che aveva accanto. Ha dato più importanza ai suoi interessi elettorali, minati dall’impossibilità di governare di fronte ad un partito forte come Forza Italia e si è unito proprio a quell’”altra destra” che ora critica ferocemente (anche se giustamente). Fini oggi potrà avere tutte le buone ragioni del mondo ma è “incredibile”, nel senso etimologico del termine: non è credibile. Dove è stato in questi anni in cui Mr. B ha continuamente attaccato la Magistratura, violentato la Costituzione e approvato leggi ad personam? Di sicuro queste non sono cose nuove e perchè ieri andava bene e oggi non più? Spunta ora come un rospo trasformato in principe dal bacio di una principessa con la pretesa di essere riconosciuto come paladino difensore della Costituzione e della Legalità, alleandosi con altri due zombie politici (come Casini e Rutelli) che non aspettano altro se non un occasione per tornare a fare ciò che hanno sempre fatto: il nulla più assoluto. Gente che si ricicla politicamente da decenni, cercano di cambiare facce, scatole, nastri, simboli, slogan, manifesti, alleati ma rimangono sempre loro, vittime di un passato nauseante che li insegue e che finirà per travolgerli. Allora sig. Fini non venga a farci la morale e non sputi nel piatto dove ha abbondantemente mangiato per anni. Una nuova Destra è possibile, ce lo auguriamo tutti, ma non con gente che fino a ieri stava a braccetto con Mr. B e la sua cricca. La memoria è corta in Italia e fanno ridere “Libero” e “il Giornale” che scoprono gli scandali di Fini proprio ora che è stato cacciato dal Pdl in due ore senza contraddittorio (secondo il miglior modello Liberal-Berlusconiano-Stalinista) ma stranamente non si sono azzardati ad attaccarlo quando Mr. F serviva a Mr. B, quando era “l’alleato” del Premier, eppure gli scandali c’erano già eccome! E mai che si azzardassero a rovistare nei processi di Mr. B, dove in confronto le case di Montecarlo sono acari della polvere. In attesa quindi di un PD che riesca a fare opposizione e di un PDL che riesca a governare ci si ritrova come al solito in balia dei dubbi. “E’ marcio ovunque” verrebbe da dire, “chi ci salverà?”, “Gigante pensaci tu!”, tutte frasi da urlare al cielo nella speranza che Batman o Uforobot ci vengano a salvare. Di fronte a tale disperazione posso solo dire: “ricostruire” in politica non è un qualcosa che si può delegare ad altri, fa parte di noi e rientra nelle nostre responsabilità, cerchiamo quindi di votare con più criterio e sia in caso di nuove elezioni che in caso di “Lunga vita a Mr. B!” poniamoci più domande sulle persone che pretendono da noi un consenso. Non siamo noi che dobbiamo essere pretesi ma siamo noi che dobbiamo pretendere.

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UN PIRLA QUALSIASI

Ci stiamo ormai mettendo in evidenza per quello che siamo: un Paese corrotto dove neanche i ladri si danno il cambio. Sono sempre quelli, gli stessi da decenni. I soliti nomi, le solite facce, i soliti affari, le solite logiche, e noi? I soliti allocchi, quelli che si fanno prendere in giro in continuazione e che a volte sembrano quasi provare una perversa sensazione di piacere, come diceva Luttazzi nelle sue celebri “tre fasi”. La situazione politica è allo sfascio ma la cosa che fa ancora più rabbia è il non vedere nemmeno l’ombra di un pinco-pallo all’opposizione che possa definitivamente affondare una nave diroccata molto più simile ad una zattera. Basterebbe mettere chiunque, un pirla qualsiasi con un minimo di carisma, di onestà e di cervello, per ribaltare la situazione, anche Topo Gigio, persino lui, riuscirebbe a vincere le elezioni e a dire qualcosa di concreto contro questo governo. E invece no, il PD sembra essere diventato il becchino di sé stesso, tutto indaffarato nel prendersi le misure e nel fabbricare il “cappotto di legno” per l’ultimo viaggio. Al “Partito Debosciatico” gli scandali e le opportunità per indignarsi e per alzare la voce vengono offerti quotidianamente su un piatto d’argento, anzi d’avorio: cene tra insetti e formichieri, sacchi di letame che investono nell’eolico per spazzare via l’odore nauseante che si portano dietro, un Mr. B totalmente inerme di fronte all’evidenza dei fatti e in palese caduta libera, il maggiore Tg nazionale in mano ad uno che al posto della testa sembra avere la sfera della zingara della luna nera e che al posto della lingua ormai si ritrova un foglio di carta abrasiva, vista l’usura. Loro invece (quelli del Partito Debosciatico), dando quasi l’impressione di non volerlo mai fare di proposito, schivano le critiche, ma non quelle verso di loro (non sia mai) ma quelle che loro stessi dovrebbero muovere. Ma ci vuole davvero così tanto? Essere presenti, questo è ciò che manca oggi al PD, la presenza costante in una lotta continua. Le difficoltà che sembrano incontrare le sentono solo loro e anche le scuse ormai, sono sempre quelle da lustri: siamo pochi in parlamento, Silvio ha le televisioni, l’anti-berlusconismo fa vincere Berlusconi, etc…Le solite balle per cercare di convincerci ancora una volta ad andare a votare per loro con il naso tappato. Il problema però è che ormai il naso è otturato e i testicoli son girati, la gente ormai (anche i giovani “berluscones” che per anni hanno dormito credendo veramente che il loro leader fosse un grande statista pulito e onesto (Buongiorno!)) non ne può più e chiede giustizia, pulizia e informazione, chiedono cose apparentemente scontate che chiaramente non sono né di destra né di sinistra, chiedono che i ladri paghino e restino fuori dai palazzi del potere, rispetto per la questione morale e un’informazione libera, come la facoltà di dissentire e di criticare. Ma noi siamo fiduciosi, Topo Gigio verrà a salvarci.

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UNA RIVOLUZIONE GIA’ FATTA

Violentare la Costituzione non è mai stato così facile. A qualcuno risulta difficile governare con questa architettura istituzionale e approvare le leggi seguendo il procedimento ordinario previsto dalla nostra Legge Fondamentale. Quel qualcuno vorrebbe una maggiore attenzione al mercato e all’impresa nel testo costituzionale, eppure la stessa Costituzione ha permesso, sempre a quel qualcuno, di arrivare dov’è e di ottenere ciò che voleva e che nega di avere: il potere. Il paragone con Mussolini, fatto da lui stesso, suona quanto mai esagerato ma come diceva Guzzanti, non è che un dittatore deve avere per forza la divisa per poter essere credibile. Zagrebelsky una volta disse: “Quando si vuole modificare la Costituzione significa che la Nazione è in crisi”, siamo in crisi? Ormai si accettano scommesse. La nostra Costituzione, che viene direttamente dal secondo dopo-guerra, è figlia di una rivoluzione, di un cambiamento, per certi versi voluto e non voluto, visto che il referendum del ’46 fu vinto dai Repubblicani con soli 2.000.000 di voti di scarto, ma che in qualche modo il popolo italiano è stato comunque in grado di attuare, con spirito di sacrificio e forza di volontà. Insomma, quella doveva essere la prima e ultima volta, la nostra rivoluzione, sentita da tutti gli italiani come una conquista. E invece no, oggi sembra tutto da rifare. Quella che viene definita dai giuristi di tutto il mondo come la Costituzione più bella del pianeta, per completezza e forma, viene infangata e offesa proprio da colui che ci ha giurato sopra. Qualcuno se n’è accorto? Cosa fare, o meglio, cosa rifare? Una nuova rivoluzione? Dovremmo davvero rifare la stessa rivoluzione? E’ una rivluzione già fatta, sarebbe solo la brutta copia dell’originale, rifare, riprogettare il tutto non avrebbe senso. La Democrazia forse non sarà perfetta, avrà i suoi punti deboli, i suoi difetti, ma per ora questo è quanto abbiamo. Ma ci sarà un motivo per cui, tutte le più grandi rivoluzioni, le più grandi ribellioni, le più grandi conquiste dell’umanità, sono sempre state fatte per ottenere libertà e democrazia? Andiamo rincorrendo la democrazia da più di 2500 anni e ancora non l’abbiamo raggiunta, stiamo lì, la perdiamo, ci semina, ci accorgiamo di aver sbagliato ma ormai è troppo tardi e ripartiamo, sempre in ritardo rispetto a lei, e per acciuffarla più in fretta abbiamo rubato, ucciso, ghigliottinato, siamo morti noi stessi per qualcosa che avevamo già ma che non siamo stati in grado di apprezzare e di comprendere. E oggi, di nuovo, la democrazia ci sta seminando, perdiamo il punto di contatto con i diritti e i principi fondamentali che costituiscono una democrazia, come il diritto all’informazione, il principio di legalità e l’indipendenza della magistratura e noi non ce ne stiamo accorgendo, stiamo “lasciando fare”, “lasciando andare”, salvo poi magari un giorno accorgercene quando sarà nuovamente troppo tardi, e allora tenteremo di rivoltare ancora il tutto con un’altra rivoluzione, come in una sorta di “mestruazione” storica, che ritorna periodicamente a sporcare le mutande di uno Stato di diritto. Questa “mestruazione” però è diversa, ci coglie moribondi, in stato vegetativo, perchè chi ci ha resi così (e questa volta non è uno solo) ha colpito e sta continuando a colpire nei punti nevralgici, quelli dove fa più male: la cultura e l’informazione. Qualche speranza? C’è ancora, hanno colpito molto ma non hanno colpito tutto, ciò che di buono è rimasto (alcuni politici, i nostri uomini di cultura, alcuni giornalisti) deve essere sostenuto con coraggio. Altrimenti ditemelo subito, così corro a sistemare le baionette.

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BLOG IN LUTTO PER LA LEGGE BAVAGLIO

No alla legge bavaglio, il diritto di essere informati e il dovere di informare sono inviolabili.

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IN BELLA MOSTRA

In questa Italia sporca, ormai si cerca di sporcare anche i puliti. Quelli che non sono collusi, servi, leccaculo, amici di amici, cognati,etc…Vengono definiti servi di qualcun’altro, amici di altri amici o “Radical Chic”, senza però motivare a sufficienza questa tesi. Mi ritrovo purtroppo a dover riparlare di Saviano, il quale ad esempio, viene accusato di aver lucrato a scapito di Napoli e dei napoletani, facendo vedere solo “le cose brutte della Campania”, di aver diffuso “cose che si sapevano già” e di voler “fare la vittima” vivendo sotto scorta. Ormai chi si ribella quindi, lo fa per fini di lucro, per dare spettacolo, per diventare famoso. Infatti, anche Primo Levi poteva evitare di lucrare sui campi di concentramento dove venivano ammazzati gli ebrei, ha mostrato solo il “lato brutto” del Nazismo, che infame! Oppure Totò e Alberto Sordi, potevano evitare di rappresentare solo l’Italia più povera, il popolo, con le sue contraddizioni, anche loro hanno lucrato sui poveracci! E ancora, quell’altro depravato di Khaled Hosseini, l’autore de “Il cacciatore di Aquiloni”, anche lui, ha speculato sulla guerra in Afghanistan mostrando solo i lati negativi della guerra, maleducato! Insomma, gli scrittori dovrebbero stare tutti zitti e se proprio devono scrivere, che scrivano solo per mostrare i lati positivi delle cose! E’ un Italia tutta alla rovescia, chi cura ferisce, chi ferisce sembra che stia curando. Perchè certe persone invece di appellarsi alle apparenze e ai ritornelli dei potenti non cominciano ad avere uno sguardo più critico e analitico nei confronti di questi soggetti? Perchè non si entra mai nel merito? Invece di chiedersi “Ma Saviano ci ha guadagnato molto da “Gomorra”?”, perchè non si chiedono “Ma quello che ha scritto Saviano è vero?”. Tutto rimane in superficie, non si scende mai in profondità nelle cose: Travaglio scrive su Berlusconi? La gente non si chiede “Ma è tutto vero quello che c’è scritto in questo libro? Ma è davvero questa la persona che ci governa?” ma si chiede invece: “Ecco, l’ennesimo libro di Travaglio su Berlusconi, ha capito che scrivendo su di lui si fanno i soldi e gli ha dedicato una trentina di libri!”. Ma perchè non dimostrano mai che le cose scritte in quei libri sono false (come fa Paolo Barnard) invece di criticare il fondamento di un libero mercato? Io scrivo un libro, vendo il libro, guadagno in base a quanto ho venduto, è il principio basilare del Liberismo economico, anche Elton John guadagna in base a quanti dischi vende ma almeno si sa da dove provengono i soldi! E poi: “Saviano ha raccontato cose che si sapevano già!”, ma dove? Chi? Le conoscevano i campani forse, gli abitanti di Casal Di Principe, non di certo i milanesi, i veneziani o gli americani. Prima di Saviano nessuno parlava del processo “Spartacus” in Italia. Santoro manda in onda un’intervista a dei cassintegrati? Ciò che conta è che lui prenda 10.000.000 € di buonuscita, non il fatto che faccia toccare con mano la crisi di una Nazione. In un Paese normale le cose dovrebbero andare come sono andate pochi giorni fa: il Corriere della Sera attacca Di Pietro sui suoi presunti lati oscuri e sui suoi “silenzi”, lui che fa: risponde il giorno dopo con un faldone pieno di carte e di sentenze dove documenta per filo e per segno tutte le “balle” del Corriere, che legittimamente chiedeva spiegazioni. Di Pietro non ha detto: “No, non rispondo perchè Mediobanca è in RCS” ma ha riposto motivando nel merito, con le carte e la documentazione corretta, i dubbi del quotidiano di Via Solferino. E’ così che dovrebbero fare anche tutti gli altri, ma è chiaro che poi dovrebbero leggersi pure tutte le sentenze e fare il doppio del lavoro ma è troppo faticoso, raccontare balle ed essere omertosi è molto, molto meno stressante.

“Se non riesci a demolire un ragionamento, cerca almeno di demolire il ragionatore” (Paul Valery)

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IL SENSO DELLE PAROLE

Di solito, attraverso il nostro pensiero, associamo determinate immagini a precise e adeguate parole, e viceversa. Esiste quindi, da sempre, una sorta di corrispondenza tra immagini e parole che si traducono nell’espressione di un pensiero. Questa corrispondenza è però possibile solo attribuendo ad ogni parola il suo preciso significato e ancora, oggi di nuovo, mi ritrovo a citare Orwell e a trarre spunto dalla sua opera “1984”, dove il Big Brother e il Partito cercano di svuotare completamente il significato delle parole per riuscire ad interrompere il pensiero, utilizzando la cosiddetta “neolingua”. Orwell ci proietta in una dimensione in cui, portando all’estremo questo meccanismo, ad un’immagine non corrisponde più la parola esatta con il suo corretto significato per far sì che quando si vorrà esprimere un pensiero, mancheranno proprio le parole per poterlo fare. Dove voglio arrivare? Beh, oggi intravedo, seppur in controluce, questo “sventramento” del significato e del senso delle parole, ne ha già parlato a tal proposito lo scrittore barese Gianrico Carofiglio: dobbiamo riappropriarci del significato delle parole, anche se non ci siamo ancora resi conto di averlo perso. Parole come “amore” e “odio” sono state completamente ribaltate per esempio, ed è ovvio che la politica ha un ruolo di grande responsabilità in tutto questo. Oppure, la parola “democrazia”, spesso abusata (la ascoltiamo in continuazione) ma mai effettivamente concretizzata, almeno neglio ultimi 10 anni, qui in Italia. Chi sa davvero cosa significa la parola “democrazia” e quali sono i “diritti” ma soprattutto i “doveri” che essa comporta? E ancora, la parola “rispetto”, spesso confusa con la parola “tolleranza”, hanno significati totalmente diversi. Così come la parola “cittadino”, depauperata del suo “status” etico riposto all’interno di ogni persona che appartiene ad uno Stato. E anche quest’ultima parola: “Stato”, non abbiamo mai capito fino in fondo questo participio passato, l’abbiamo sempre visto come un qualcosa di alto, solenne e distaccato da noi, un ente lontano anni luce e intoccabile, di cui pochi conoscono il vero significato. Le parole “ladro”, “guardia”, a volte attribuite alle persone sbagliate. E poi ci sono quelle “belle parole”, che spesso la gente, i politici e i giornalisti usano per riempirsi la bocca, senza effettivamente sentire i brividi e il “peso” di ciò che stanno dicendo: “Princìpi”, “Valori”, “Libertà”, questi paroloni acquistati con i punti della benzina, senza mai spiegare effettivamente cosa una libertà o un principio implicano in uno “Stato democratico”. Ricostruire le parole diventa quindi fondamentale per ricostrure il pensiero, per ricollegare quei fili culturali sconnessi, che alimentano l’indifferenza civile, la peggiore delle malattie. Allora spiegateci, oggi, anche la parola “Repubblica” che dovrebbe voler dire “cosa pubblica”, “cosa di tutti” e invece sembra che qualcuno l’abbia intesa come “cosa nostra” ma in un altro senso, specialmente a ben vedere i nostri politici, mi pare proprio che la “Repubblica” sia “Cosa Nostra”. E infine dovrebbero prima spiegarci e poi dimostrarci con i fatti, il senso più intimo di una parola che invece non usiamo più: “verità”. A voi la parola.

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