IL LATO UMANO

L’uomo, lo studente, il lavoratoreUmanità

Nel libro “La Solidarietà” curato dal Prof. Mario Napoli, il compianto Prof. Mario Giovanni Garofalo, Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Bari, faceva un’interessante riflessione sull’articolo 3 della Costituzione dalla quale vorrei partire per illustrare brevemente la mia opinione sull’attuale sistema universitario e sull’argomento dell’accesso al mondo del lavoro. Il passo in questione è il seguente ed è un’attenta fotografia del mondo del lavoro per come appariva nel 2007 ma è uno scritto che sicuramente ancora oggi è di grande attualità. «Il lavoro non è solo adempimento di un dovere di solidarietà. E’ anche titolo per rivendicare solidarietà da parte della Repubblica. […] Il lavoro – nella struttura sociale ed economica data -, invece di essere strumento di sviluppo della persona del lavoratore e di partecipazione collettiva all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, diventa un ostacolo all’una e all’altra. […] Il lavoro che ha una legittima pretesa alla solidarietà da parte della Repubblica è il lavoro che, nell’attuale struttura sociale ed economica, costituisce un ostacolo al pieno sviluppo della persona e alla partecipazione collettiva all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Il lavoro come un ostacolo al pieno sviluppo della persona umana? In effetti potrebbe sembrare un paradosso ma un attento osservatore della realtà che ci circonda non avrebbe potuto trarre una conclusione differente. Il basso livello dei salari, le eccessive ore di lavoro, la bassa età pensionabile e, aggiungerei io, le priorità del mondo universitario, sono un ostacolo ad una vita piena e dignitosa, per un lavoratore e non solo. Nella realtà della mia facoltà (Giurisprudenza) e in Italia le esperienze internazionali sono di fatto fortemente disincentivate. Viviamo in una modernità in cui chi é curioso e ha voglia di scoprire cosa c’è oltre la siepe, si sente dire che esperienze del genere sono “pure perdite di tempo” e “prolungati periodi di vacanza e di divertimento” senza alcuna utilità didattica. Siamo immersi in un mondo universitario e in un mondo del lavoro che non lasciano spazio a tutto ciò che con il lavoro (attuale o futuro) non ha apparentemente nulla a che fare e non si accorgono che in questo modo tutte le altre forme di espressione di cui la creatività e la libertà umana hanno bisogno per raggiungere il pieno sviluppo della dignità dell’individuo, vengono completamente distrutte. Facciamo esempi concreti: uno studente di medicina che ha la passione per il teatro, ha forse vita facile nel coltivare i due progetti? Uno studente di Giurisprudenza che suona anche uno strumento musicale ottiene forse complimenti o sostegni per il fatto di riuscire a portare avanti le due cose nello stesso tempo? Al contrario, viene disincentivato da un sistema che vede nello studio “leopardiano” e acritico l’unica forma di espressione della razionalità umana e l’unica modalità di accesso nel mondo del lavoro. Non stiamo parlando di un sapere enciclopedico, stiamo parlando di una cosa ben più importante: dell’uomo e delle sue passioni.

IL TEMPO DA DEDICARE AL PROSSIMO

Parliamo in primis dell’uomo, a cui i primissimi articoli della Costituzione sono in parte dedicati. L’uomo non è un automa, né tantomeno un essere irrazionale e apatico. L’uomo è un “animale sociale”, come lo definiva Aristotele, e sente ontologicamente la necessità di coltivare le relazioni umane fondamentali per la propria persona e di fare esperienze di vita che lo portino a contatto con altri individui, con altre culture, con altre lingue. Per come è costruito oggi il mondo del lavoro, ossia come una corsa spietata a chi arriva prima, come una competizione con il coltello fra i denti, il tempo da dedicare al prossimo, al nostro vicino, all’altro, è sempre più scarso. Tutto questo ha già inizio nell’università, dove ormai regna sovrano il dogma della laurea in tempo, anche a scapito della formazione, e dove il tempo da dedicare allo studio non è mai abbastanza e se si vogliono avere una vita sociale e buoni risultati accademici le ore di sonno iniziano a scarseggiare.  La velocità dell’oggi e i miti del presente stanno uccidendo la natura umana. Al primo posto: una certa stabilità economica che, ci dicono dalla regia, pare possa essere conquistata solo grazie ad una totale abnegazione verso la propria attività lavorativa e rinunciando a tutto il resto, famiglia e amori inclusi. Facciamo sempre ciò che gli altri si aspettano che noi faremo. Mi viene in mente l’incipit del film Trainspotting di Danny Boyle, dove una vita da eroinomane appare più umana e meno programmata, poiché meno conformista e più imprevedibile, rispetto a quella di un uomo normale. Pensiamo alla condizione degli stagiaires, dei tirocinanti e degli studenti più meritevoli. Sfruttati e, se non sfruttati, costretti a vivere privi di una vera vita sociale. Padri e madri assenti, orari di lavoro che non permettono di tenere in piedi le relazioni sociali e i legami umani di cui ognuno di noi ha bisogno. Se tutti noi seguissimo questi consigli di sistema probabilmente ci ritroveremmo ricchi, ma molto soli. Tra le tante statistiche che ci vengono proposte ce n’è una che raramente attira la nostra attenzione ma che a mio avviso è estremamente significativa: l’uso di psicofarmaci. Nel 2011 gli italiani ne hanno acquistati ben 34 milioni e mezzo e nel 2013 il loro utilizzo nel nostro Paese è aumentato del 16,2 %, in particolare fra gli under 25. Possiamo provare ad azzardare un legame fra questo dato e l’attuale situazione socio-economica del Paese. Un Paese che priva gli individui delle loro passioni e dei loro legami affettivi, barattando l’umanità con la produttività, è un Paese che non lascia spazio alla felicità.

IL TEMPO DA DEDICARE A NOI STESSI

Ricordo ancora come se fosse ieri un incontro universitario tenutosi durante il primo anno di università (quattro anni fa ormai) con il PM Nicola Gratteri, molto famoso anche al di fuori dell’ambiente giudiziario per via delle numerose pubblicazioni in tema di mafia e giustizia. Ebbene, alla domanda “Cosa consiglia agli studenti che vorrebbero diventare magistrati?” il dott. Gratteri rispose così: “Studiate, studiate, studiate! Minimo dieci ore al giorno, non perdete tempo! Se siete in Università per prendere il 18 lasciate stare, l’Università non fa per voi! Trovatevi subito un lavoro, non perdete tempo! Fate scorta di biscotti e yogurt e restate in pigiama per non dover uscire a fare la spesa, fatevi la barba una volta a settimana per non perdere troppo tempo! Nei concorsi in magistratura c’è spazio anche per i non raccomandati, fidatevi!”. Dopo aver ascoltato queste parole, in quanto matricola, ne rimasi affascinato e impressionato positivamente. Mi diedero una grande carica e una grande motivazione. Tuttavia con il passare degli anni e con una maggiore maturazione, anche didattica, ho completamente ribaltato il mio giudizio su quelle parole che oggi mi sembrano un insulto agli studenti di ogni facoltà e parole che spero di non dover sentire mai più, specie se pronunciate dalla bocca di un uomo che per posizione professionale ed età dovrebbe dare consigli ai più giovani. Il motivo? E’ semplice: sono parole che non considerano il lato umano della vita. Può la vita di un ventenne ruotare esclusivamente attorno allo studio nella prospettiva di avere poi un lavoro che possa garantirgli un’esperienza ordinaria? E’ giusto che il mondo universitario segua le richieste fornite dal mondo del lavoro e fornisca agli studenti innanzitutto strumenti professionali concreti ma tutto questo a che prezzo? Il prezzo da pagare è la totale de-umanizzazione dell’individuo. Per riprendere Kant: l’uomo non più visto come essere in grado di esprimersi e di avere relazioni sociali (come “fine”) ma visto solo come “mezzo” attraverso il quale la società può produrre. Alla luce delle considerazioni fatte, non sarebbe forse questa l’opportunità di riformare in modo costruttivo il mondo dell’Università e il mondo del lavoro e soprattutto le relazioni fra questi due mondi, ridando dignità alle aspirazioni e alle passioni umane e alle figure professionali calpestate negli ultimi decenni come quella dei docenti ad esempio. La vita è straordinaria ma è straordinaria solo se la viviamo con tutto ciò che ci mettiamo dentro, con tutte le nostre passioni, le nostre attenzioni, i nostri legami umani, i nostri momenti di follia. Un salario dignitoso è ormai diventato uno strumento di ricatto sia per il mondo universitario che per il mondo del lavoro. Quali sono i consigli che vengono forniti agli studenti che terminano le scuole superiori? “Non scegliete Lettere! Non scegliete Filosofia! Iscrivetevi ad Economia, ad Ingegneria! Con la cultura non si mangia!”. Ma davvero nelle nostre scelte di vita non riusciamo a tenere in minima considerazione l’elemento più banale ed essenziale? Le aspirazioni dell’individuo, “che cosa voglio fare?”, “che cosa mi piace?” ma soprattutto “a chi tengo?”. Se priviamo la vita di tutto questo, stiamo utilizzando il salario come uno strumento di ricatto e non come un corrispettivo per una prestazione professionale. Questo perché della mia formazione umana (che non è affatto sganciata da quella professionale) molte cose non verranno prese in considerazione. La vera follia sta quindi nel vivere una vita in questo modo o, peggio, nel consigliarla. Una vita in cui su 24 ore della nostra giornata otto (se va bene) le passiamo a dormire e dieci a studiare, tutto il resto non conta, non viene considerato. Se suono uno strumento o pratico a livello agonistico uno sport e riesco anche ad essere in regola con gli esami non ricevo CFU, al contrario sono disincentivato perché per l’Università e per il mondo del lavoro perdo tempo: devo produrre. Io non conto, l’Io non conta.

IL LATO UMANOultima modifica: 2013-12-05T23:21:21+00:00da revpoet
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