15/12/2011

IL BERLUSCONISMO DOPO BERLUSCONI

Era il 1994 quando tutto ebbe inizio. Silvio Berlusconi con un discorso a reti unificate scendeva in campo per attuare la sua “rivoluzione liberale”. Oggi, anno 2011, tiriamo le somme di quello che è stato molto di più di un semplice governo. E' stato un modo di pensare, di credere e di vivere la politica in una maniera completamente diversa rispetto al passato: è stato il berlusconismo. Personalmente però, non credo affatto che questo sia finito. Giorgio Gaber diceva: «Non ho paura di Berlusconi in sé, ma di Berlusconi in me» e forse queste parole possono esprimere con maggiore chiarezza i cambiamenti di questi ultimi 20 anni. Su Berlusconi si è detto tutto, si è scritto tanto, si è anche discusso tanto e i giudizi su di lui hanno sempre e profondamente diviso l’Italia a metà. "E’ un grande imprenditore! E’ tutta invidia!", "E’ un perseguitato!", "E’ un uomo che si è fatto da solo!", quante volte abbiamo ascoltato questi commenti, nei bar, con gli amici, in tv, per strada, ovunque. Opinioni contrapposte che si traducevano in voti, e quelli sì che fanno la differenza. E allora, alla luce delle parole di Gaber, come ricorderemo Berlusconi? Lo ricorderemo come un perseguitato o come un ladro? Vivremo contrapposizioni come quelle che ancora oggi ci sono su Mussolini e sul ventennio fascista, oppure emergerà una verità storica (se davvero esiste), univoca e oggettiva? Perchè ciò che ha maggiormente colpito di lui, è stato il modo con cui ha utilizzato lo strumento della legge per risolvere le proprie questioni personali, e si potrebbe fare un lungo elenco dei provvedimenti che hanno avuto una ricaduta sulle sue aziende o sui suoi processi. Come il d.lgs. 61/2002 che ha depenalizzato il falso in bilancio, reato per cui Berlusconi era imputato in ben cinque processi, che si sono poi quasi tutti conclusi con la formula "il fatto non è più previsto dalla legge come reato". O ancora la legge Ex Cirielli, la 251/2005, la quale ha, tra le tante cose, anche diminuito i tempi di prescrizione da 15 a 10 anni del reato di corruzione giudiziaria, reato per il quale era imputato l’avvocato David Mills, che non è stato condannato proprio perchè il reato si è prescritto pur essendo stato commesso, e poi il Lodo Alfano, dichiarato incostituzionale dalla Consulta perchè tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, compreso il Capo del Governo. Il Berlusconismo è stato anche questo. Un nuovo linguaggio, un nuovo modo di relazionarsi con la realtà, di chiamare le cose con vecchie e nuove parole, come "comunista", un vocabolo gettato nel dimenticatoio per decenni e riesumato per bollare chi la pensava in maniera differente e magari, con il comunismo, non aveva e non ha nulla a che fare. Tuttavia il Fascismo, seppur in assoluto contrasto con i moderni principi costituzionali democratici, aveva una sua ideologia di fondo, un suo perchè. La causa dell’attuale dibattito sul periodo fascista sorge proprio sulla base del fatto incontestabile che, in effetti, in Italia durante il regime, vennero fatte anche tante cose positive. La "grandezza" di Berlusconi oggi invece, sta nell’essere riuscito a far credere agli italiani di aver fatto tanto, quando in realtà ha fatto poco o pochissimo. Del resto non a caso Montanelli lo definiva "il più grande piazzista del mondo". Ecco appunto, le televisioni: nessuno meglio di lui ha capito come potessero essere utilizzate nella maniera più utile. Spesso ci si chiede: "Ma è capitato anche a lui di perdere le elezioni, e in quei momenti dove erano le sue televisioni?", in realtà la domanda che ci si dovrebbe porre è:"Anche quando ha perso le elezioni, di quanto le avrebbe perse se non avesse avuto le televisioni?". Il conflitto d’interessi è l’elemento che segna il deficit di democrazia italiano rispetto agli altri Stati esteri, in nessun altro Paese del Mondo il Presidente del Consiglio è anche il più grande industriale nel ramo delle telecomunicazioni e dell’informazione. Nel 2001 durante la campagna elettorale per le presidenziali, circolava nelle case degli italiani un libricino chiamato Una storia italiana, dove veniva raccontata la storia del Cav. Berlusconi per primo aveva quindi deciso di porre la propria vita privata al centro della politica italiana, salvo decidere poi di marchiare come "gossip" le inchieste che ruotavano intorno a quella sua stessa quotidianità, fatta anche di escort e feste nei palazzi istituzionali. L’aver attirato su di sé e sulla propria vita l’attenzione mediatica è stata quindi, per un primo periodo, una mossa vincente, che in seguito si è tuttavia rivelata un’arma a doppio taglio, perchè anche la condotta privata di un uomo pubblico è di rilievo pubblico se ci si rende ricattabili. E quante cose in tv non ci vengono raccontate? Come quando nel 2002 Berlusconi pronunciò il famoso "Editto bulgaro" contro Santoro, Luttazzi e Biagi, i suoi ordini vennero prontamente eseguiti da una Rai addomesticata. Berlusconi è stata una grande occasione per l’Italia. Purtroppo persa. Con la maggioranza parlamentare che aveva a disposizione, senza precedenti nella storia Repubblicana, avrebbe potuto davvero migliorare il nostro Paese, colmare le lacune e le mancanze dei governi precedenti. E invece dov’è la "rivoluzione liberale" dopo 17 anni? Di concreto, guardando la realtà delle cose, non si è fatto quasi nulla: la legge anti-fumo, quella sullo stalking e la patente a punti. Non proprio una rivoluzione. Ma certe cose in Italia ce le meritiamo. Non siamo mai stati veramente in grado di scendere dal carro dei vincitori, anzi siamo sempre stati pronti ad assaltarlo, come in un teatro affollato dove si fa a gara per avere le poltrone migliori. Non siamo mai attenti "a quelli che verranno dopo", forse perchè, come diceva Ugo Jetti: "L'Italia è un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri perché senza memoria di se stesso". Ed è questa la preoccupazione più grande: la paura che si possano dimenticare le mancanze di questi anni e che il "Berlusconi che è in noi" possa ripresentarsi in altre forme, magari tra le fila del centrosinistra. Sì perchè in fondo il Cavaliere poteva stare benissimo anche nella fazione politica opposta, di destra ha davvero poco. La sua caduta è quindi un segnale di respiro per questa democrazia italiana malata perchè favorisce un’alternanza e una riorganizzazione della linea conservatrice, magari più conforme agli altri partiti appartenenti alla medesima tradizione europea, i quali vantano, ad esempio, donne musulmane come chairman di partito (vedi i "Tories" inglesi). Anche se il Cav se n’è andato resteranno i suoi programmi televisivi importati dall’America, che oggi influenzano le ambizioni e le diete di milioni di italiani, il suo modo di vedere le donne e la politica, la sua capacità di saper indicare sempre la scelta più conveniente e mai la più giusta. L’uomo di Arcore non sarà stato la causa di tutti i problemi ma di sicuro era il problema più grosso, il più evidente, quel problema senza la cui soluzione, non si potranno risolvere tutti gli altri. Semplicemente perchè "il Berlusconi in sé" era la scusa per tutti "i Berlusconi in me", i quali si sentivano quasi autorizzati a comportarsi di conseguenza, "Se lo fa lui che è il Presidente del Consiglio, perchè non dovrei farlo io che sono un comune cittadino?". Questo sillogismo, che obiettivamente non fa una piega, per anni ha fatto passare atrocità politiche di qualsiasi livello e di qualsiasi fazione, come normali banalità spicciole, bazzeccole, frutto d’invenzioni di giornalisti e magistrati. Indro Montanelli nel ‘94, scrisse: “Con Berlusconi la parola destra diventerà impronunciabile per almeno 50 anni, per ragioni di decenza” e credo che i cittadini italiani di destra, e non meno quelli di sinistra, meritino ormai una risposta concreta dai propri rappresentanti in Parlamento. La fine del Berlusconismo sembra quindi essere ancora molto lontana ma abbiamo in Italia degli esempi che si muovono in una direzione opposta e da cui possiamo senz’altro attingere per le nostre condotte future. L’importante è essere attrezzati, l’importante è restare vigili.

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01/11/2011

INGROIA VA AL CONGRESSO

Se Antonio Ingroia si fosse tenuto per sé i suoi bei pensieri al congresso del Partito dei Comunisti Italiani del segretario Diliberto, forse oggi avremmo più fiducia nella Magistratura. In certi casi, appellarsi all'art. 21 della Costituzione risulta alquanto fuori luogo e fastidioso. “Libertà di parola” e “libertà di manifestazione del pensiero” sono tutti punti fermi molto belli e necessari, scritti nella nostra Carta Fondamentale. In quella Carta però c'è scritto anche che “Ogni processo si svolge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo e imparziale” (Art. 111.2 Cost.). La Corte Costituzionale nel 1991 ha ricordato che ai fini di un giusto esercizio dell'obbligo dell'azione penale, il requisito dell'imparzialità è assolutamente necessario. Del resto, l' “obbligo” di esercizio di tale azione costituito in capo al PM serve proprio a garantire l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale, "senza consentirgli alcun margine di discrezionalità nell'adempimento di tale doveroso ufficio" (Corte Costituzioanale, sent. 88/1991). A conti fatti quindi: che garanzie di imparzialità offre un magistrato, che seppur nell'esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, quale quello di parola, partecipa ad un congresso di partito? Il problema quindi non sta tanto in ciò che Ingroia ha detto (stare dalla parte della Costituzione è senz'altro una cosa giusta e nobile) ma in ciò che Ingroia ha fatto. Perchè la Costituzione prevede che i magistrati in carica non possono “essere iscritti negli albi professionali, né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale” (Art. 104)? E perchè questi non sono neanche eleggibili nelle circoscrizioni sottoposte, in tutto o in parte, alla giurisdizione degli uffici in cui hanno svolto le loro funzioni nei sei mesi antecedenti la data di accettazione della candidatura? Proprio perchè i requisiti dell'imparzialità e dell'indipendenza sono essenziali ai fini di un'efficace e corretto esercizio della funzione giurisdizionale. Ingroia certamente non è iscritto ad alcun partito e non è candidato da nessuna parte ma partecipare a congressi politici non è certamente un bel modo per manifestare la propria imparzialità, specie se professionale. Forse non siamo ai livelli di Mazzella e Napolitano, giudici della Corte Costituzionale che, nel 2009 a Roma, parteciparono alla famosa cena con Berlusconi, a pochi mesi dal giudizio della Corte sul Lodo Alfano, ma, per quanto accaduto, il PM siciliano ha perso sicuramente parte della propria credibilità. Dice bene quindi Giuseppe Cascini, segretario nazionale dell'Anm, in un'intervista ad Affaritaliani.it: "Ho sempre sostenuto che i magistrati particolarmente esposti, a causa delle loro indagini e delle attività che svolgono, dovrebbero avere particolare prudenza nell'esprimere valutazioni di carattere generale sulla politica del Paese. Devono essere prudenti per rispetto del tipo di indagini e attività che svolgono. Bisogna evitare equivoci che possano appannare l'immagine di imparzialità di un magistrato".

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19/05/2011

LA MODERAZIONE CHE NON ESISTE

Dopo il primo turno elettorale delle amministrative 2011, ultimamente spesso sentiamo dire: “Non votate Pisapia perchè lui è un estremista”, “Votando lui votate la Sinistra più estrema e radicale, tutta spinelli e centri sociali”, oppure dall'altra parte “La Moratti si è dimostrata molto più estremista di Pisapia”, “In confronto alla Moratti, Pisapia è un pacato moderato”. Ma che cosa significano queste parole così utilizzate: “moderato” ed “estremista”? Moderato rispetto a chi? Rispetto a cosa? Estremista rispetto a quale idea? A quale concetto? Secondo i nostri comuni metri di giudizio, il Pd e il Pdl sono i “partiti moderati”, non per altro assimilati al CENTRO-sinistra e al CENTRO-destra e a questi possiamo aggiungervi anche l'Udc, il partito di CENTRO per eccellenza da decenni, ma “di centro” rispetto a che cosa? Innanzitutto commettiamo un errore, e cioè confondiamo il termine “pacato” con il termine “moderato”, una persona può essere “pacata” pur essendo ferma e irremovibile su certe posizioni, Berlusconi che molti dicono essere un “moderato” non è per nulla pacato, idem per il ministro La Russa. Ma poi: Berlusconi è davvero definibile un “moderato”? Il fatto è che purtroppo nella realtà della pluralità di opinioni i moderati non esistono, perchè ognuno è “estremista” secondo quelle che sono le proprie, personali e convinte idee ed opinioni. I “democristiani” (in generale) sono gli estremisti del cattolicesimo, fondamentalisti fermi su certe posizioni non diversamente da come i laici o gli atei sono fermi su altre. “Essere moderati” oggi erroneamente significa “ricoprire posizioni condivise” cioè posizioni che possono andare bene alla maggior parte dei cittadini ma il fatto che un'opinione sia condivisa non significa che sia la migliore e la più moderata. Nel Fascismo ad esempio, i Repubblicani-democratici erano degli “estremisti” perchè “la maggior parte dei cittadini” si riconosceva nella sola parola del Duce. Ognuno di noi è estremista per quello che pensa e che crede, e persone come Berlusconi e la Moratti sono persone “estremiste” per ciò che affermano non meno di Vendola e Casini. La gentilezza, l'educazione, la pacatezza non c'entrano niente con la “moderazione politica”, sono cose diverse. Berlusconi potrebbe dire sottovoce e in maniera calma e gentile “Sono un perseguitato dai giudici”, “I Pm sono il cancro di questo Paese”, “Più potere a me, meno al Quirinale”, e il suo modo di esprimere tali concetti in maniera meno irruenta e retorica non svuoterebbe gli stessi di una forte carica “estremista” e “anti-democratica”. Anche tra i giornalisti è così: Belpietro e Sallusti sarebbero i “moderati”? Moderato Berlpietro? In cosa? Solo perchè uno non sbraita e non urla come Grillo non significa che sia un “moderato”. A proposito di Grillo: ecco, lui per esempio potrebbe essere preso come modello perfettamente opposto: propone cose che sarebbero molto ovvie e scontate in un Paese effettivamente democratico ma che ci sembrano “estremiste” solo perchè vengono detta in maniera “non-pacata”, ovvero urlando proposte accompagnate da parolacce (un po' gratuite) nelle maggiori piazze italiane. Urlare “W l'acqua pubblica”, “W l'Italia unita”, “No al nucleare”, “Fuori i condannati dal parlamento” o “Wi-fi per tutti i cittadini” rende questi messaggi apparentemente aggressivi e rivoluzionari ma in realtà se ci si sofferma ad analizzarli uno per uno ci si accorge che sono proposte “normali”, “democratiche”, condivisibili o meno ma sicuramente che possono formare oggetto di discussione. Grillo per assurdo, fa passare proposte democratiche per delitti contro l'odine pubblico mentre Berlusconi fa passare delitti contro l'ordine pubblico per proposte democratiche, ed è tutto determinato dall'immagine. Sembra quasi d'obbligo a questo punto citare “La Banalità del Male” di Hannah Arendt, opera incentrata sulla figura di Eichmann, gerarca nazista, persona pacatissima, che a vederla sembrava quasi uno di quei nonnetti buoni e affabili, in stile Raimondo Vianello o Piero Angela, gente a cui daresti le chiavi di casa per “fiducia a pelle”. Ecco questo signore è l'uomo che durante la seconda guerra mondiale organizzò materialmente lo sterminio degli ebrei e si scusò pubblicamente durante il processo in Israele nel 1960 dicendo: “Ma io ho solo eseguito degli ordini”, frase da cui scaturì e trasse sostanza il titolo dell'opera della Arendt. Proprio oggi, i nostri politici sembrano tanti Eichmann, i quali mascherandosi dietro un modo di fare affidabile, mansueto e “pacato” si sentono in grado di poter ottenere la fiducia dei cittadini per potere attuare le peggiori nefandezze. Oggi specialmente in politica, si bada molto alla forma e poco alla sostanza e il mercato delle etichette e delle parole è molto più attivo e proficuo di quel che si possa pensare. Pay attention.