12/02/2012

CHE FAMO? LIBERALIZZIAMO?

Liberalizzare. Un parola simpatica, che ci dà un’idea di libertà, di fiducia, di prosperità. Ma siamo sicuri che liberalizzazione sia sempre sinonimo di crescita? L’ultima riforma targata Monti ha introdotto una nuova autorità sui trasporti che dovrà garantire, con misure che assicurino la concorrenza, la gestione ottimale ed economicamente razionale delle infrastruttur nonché il loro accesso "equo e non discriminatorio" da parte dei consumatori, con particolare attenzione alla qualità dei servizi, alle tariffe praticate e al contenuto minimo dei diritti, anche di natura risarcitoria, dei quali gli utenti possono esigere il rispetto. In particolare, nel settore autostradale l'autority dovrà stabilire, per le nuove concessioni, dei sistemi tariffari che tengano conto di un indicatore di produttività determinato con cadenza quinquennale. Ovviamente, l'autorità si occuperà anche dell'attività di sorveglianza dei bandi di gara per la realizzazione delle nuove tratte. Un altro compito affidato al nuovo organismo (e per ora a quello che si occupa di energia e gas) sarà la regolamentazione del servizio di trasporto di piazza con riferimento alle tariffe dei taxi, alla qualità delle prestazioni e all'offerta nei vari contesti urbani allo scopo di garantire il diritto alla mobilità degli utenti. In particolare verrà monitorato, anche mediante il confronto con la situazione esistente in diverse realtà territoriali, il numero di licenze, che verrà aumentato se ritenuto necessario per riequlibrare l'offerta a favore dei consumatori (da Sicurauto.it). 

Ma com’è la situazione fuori dai confini italiani? Ad Amsterdam una volta a gestire i taxi c’era soltanto la TCA e ci si trovava quindi di fronte ad un regime di monopolio. Nel 1998 si decise di liberalizzare il mercato e arrivò la Taxidirect. La città si riempì di auto con la paletta blu ma ci fu un forte incremento della violenza tra gli autisti, e tra questi e i loro clienti: nel luglio del 2009 un tassista picchiò a morte un uomo per non essere salito sulla prima auto disponibile nella stazione di Leidseplein. Invece di scendere, i prezzi crebbero ed oggi la città olandese è una delle città europee in cui i taxi costano di più, vengono considerati sporchi e dal servizio scadente. Si contano circa 3.000 auto gialle, la tariffa iniziale è pari a 7,86€ e la tariffa per km è di 2,30€, un vero salasso. Non per nulla quello olandese è uno dei casi che i tassisti italiani citano come esempio di liberalizzazione fallita. A Londra la situazione non è molto diversa dal punto di vista dei costi. I taxi sono circa 24.000 ed una corsa di 3 km può arrivare a costare tra i 9 e gli 11,6€ anche se le tariffe iniziali e per km sono inferiori rispetto a quelle presentate dai tassisti di Amsterdam: 2,65€ come prezzo di partenza e 1,71€ per km percorso. Nella metropoli inglese c’è un ufficio che si chiama Public Carriage Office il quale regolamenta il rilascio delle licenze le quali non possono essere cedute a terzi. La domanda costa 40€ ma occorre sostenere un esame, tuttavia non vi sono restrizioni al numero delle vetture e questa è una grossa differenza rispetto a quanto avveniva nell’Italia pre-riforma Monti. A Madrid, il Comune è l’autorità competente in materia: rilascia le licenze e ne stabilisce il numero e le tariffe. La legge spagnola, come quella italiana, consente di cedere la licenza a terzi. Tuttavia la capitale iberica è una delle migliori città per rapporto qualità/prezzo: vi sono circa 15.000 taxi che hanno in media una tariffa per km pari a 1,10€ ed un prezzo iniziale pari a circa 2,95€, una corsa di 3 km quindi costa tra i 5,7 e gli 8€, un prezzo più che ragionevole. Guardando fuori dall’Europa, a New York i taxi sono di proprietà della New York City Taxi and Limousine Commission, agenzia che appalta a compagnie private la licenza, che può essere acquistata ad un’asta oppure da un precedente proprietario. Il numero di taxi è particolarmente basso rispetto alla media europea, 1,6 taxi ogni 1000 abitanti (13.000 taxi totali) tuttavia i prezzi sono particolarmente bassi rispetto agli standard europei: tariffa iniziale pari a 3,5€, mentre ogni km costa solo 0,88€. Un forte incentivo a non usare la macchina! In Italia la situazione fotograta non è poi così diversa dal resto d’Europa: a Roma ci sono 7.800 taxi, l’autorità competente per il rilascio delle licenze è il Comune, il quale, tramite il 7˚ dipartimento (Ufficio alla Mobilità), regolamenta la materia e stabilisce il numero delle licenze. Le licenze in Italia sono cedibili a terzi ed è possibile, ad esempio, darle anche in locazione o in usufrutto. Il prezzo iniziale di una corsa in taxi nella nostra bella capitale ammonta a circa 2,90€ mentre la tariffa per km è pari a 0,92€, meno di Londra, Berlino, Amsterdam e Parigi. Parlando con un tassista milanese però, sono rimasto colpito dalle motivazioni che questo lavoratore adduceva a sostegno della propria tesi, contraria alla manovra Monti. Cercherò di riassumere qui quanto riferitomi: il numero di licenze essendo regolato dai comuni sulla base del numero di abitanti, è molto limitato. Questo chiaramente determina una maggiore appetibilità delle nuove licenze erogate (quando il comune decide di emanare nuovi bandi) o dichiarate "cedibili" dai loro proprietari (abbiamo visto che in Italia le licenze sono cedibili a terzi). Questa appetibilità si tramuta in un costo molto elevato della licenza stessa (a Milano si parla anche di 190.000€!), il quale obbliga gli aspiranti autisti ad accendere mutui molto onerosi presso le banche, vincolandosi per il resto della propria vita a versare parte del proprio guadagno nelle casse della banca mutuante. La stabilità del sistema si regge proprio su questo elemento, cioè sulla garanzia, dovuta alla mancanza di concorrenza appunto, che quel mutuo verrà ricompensato adeguatamente con il lavoro di una vita, una vita lavorativa sicura, quasi come quella di un impiegato comunale. Inoltre i tassisti pur svolgendo un servizio di pubblica utilità (almeno così lamentava questo tassista), non ricevono alcun rimborso benzina da parte del comune, mentre in Inghilterra il comune rimborsa il 30% della benzina. L’unico vantaggio economico diretto nel nostro sistema è uno sconto sul bollo auto, nient’altro. Aver liberalizzato significa quindi aver concesso ai nuovi arrivati la possibilità d’intraprendere l’attività senza dover accettare quel rischio iniziale rappresentato dal mutuo, inserendosi però in un regime concorrenziale che taglia le gambe a chi in partenza c’aveva sì rimesso dei soldi, ma era sicuro che nessuno gli avrebbe mai sottratto la clientela.

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16:28 Scritto da: revpoet in politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

15/12/2011

IL BERLUSCONISMO DOPO BERLUSCONI

Era il 1994 quando tutto ebbe inizio. Silvio Berlusconi con un discorso a reti unificate scendeva in campo per attuare la sua “rivoluzione liberale”. Oggi, anno 2011, tiriamo le somme di quello che è stato molto di più di un semplice governo. E' stato un modo di pensare, di credere e di vivere la politica in una maniera completamente diversa rispetto al passato: è stato il berlusconismo. Personalmente però, non credo affatto che questo sia finito. Giorgio Gaber diceva: «Non ho paura di Berlusconi in sé, ma di Berlusconi in me» e forse queste parole possono esprimere con maggiore chiarezza i cambiamenti di questi ultimi 20 anni. Su Berlusconi si è detto tutto, si è scritto tanto, si è anche discusso tanto e i giudizi su di lui hanno sempre e profondamente diviso l’Italia a metà. "E’ un grande imprenditore! E’ tutta invidia!", "E’ un perseguitato!", "E’ un uomo che si è fatto da solo!", quante volte abbiamo ascoltato questi commenti, nei bar, con gli amici, in tv, per strada, ovunque. Opinioni contrapposte che si traducevano in voti, e quelli sì che fanno la differenza. E allora, alla luce delle parole di Gaber, come ricorderemo Berlusconi? Lo ricorderemo come un perseguitato o come un ladro? Vivremo contrapposizioni come quelle che ancora oggi ci sono su Mussolini e sul ventennio fascista, oppure emergerà una verità storica (se davvero esiste), univoca e oggettiva? Perchè ciò che ha maggiormente colpito di lui, è stato il modo con cui ha utilizzato lo strumento della legge per risolvere le proprie questioni personali, e si potrebbe fare un lungo elenco dei provvedimenti che hanno avuto una ricaduta sulle sue aziende o sui suoi processi. Come il d.lgs. 61/2002 che ha depenalizzato il falso in bilancio, reato per cui Berlusconi era imputato in ben cinque processi, che si sono poi quasi tutti conclusi con la formula "il fatto non è più previsto dalla legge come reato". O ancora la legge Ex Cirielli, la 251/2005, la quale ha, tra le tante cose, anche diminuito i tempi di prescrizione da 15 a 10 anni del reato di corruzione giudiziaria, reato per il quale era imputato l’avvocato David Mills, che non è stato condannato proprio perchè il reato si è prescritto pur essendo stato commesso, e poi il Lodo Alfano, dichiarato incostituzionale dalla Consulta perchè tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, compreso il Capo del Governo. Il Berlusconismo è stato anche questo. Un nuovo linguaggio, un nuovo modo di relazionarsi con la realtà, di chiamare le cose con vecchie e nuove parole, come "comunista", un vocabolo gettato nel dimenticatoio per decenni e riesumato per bollare chi la pensava in maniera differente e magari, con il comunismo, non aveva e non ha nulla a che fare. Tuttavia il Fascismo, seppur in assoluto contrasto con i moderni principi costituzionali democratici, aveva una sua ideologia di fondo, un suo perchè. La causa dell’attuale dibattito sul periodo fascista sorge proprio sulla base del fatto incontestabile che, in effetti, in Italia durante il regime, vennero fatte anche tante cose positive. La "grandezza" di Berlusconi oggi invece, sta nell’essere riuscito a far credere agli italiani di aver fatto tanto, quando in realtà ha fatto poco o pochissimo. Del resto non a caso Montanelli lo definiva "il più grande piazzista del mondo". Ecco appunto, le televisioni: nessuno meglio di lui ha capito come potessero essere utilizzate nella maniera più utile. Spesso ci si chiede: "Ma è capitato anche a lui di perdere le elezioni, e in quei momenti dove erano le sue televisioni?", in realtà la domanda che ci si dovrebbe porre è:"Anche quando ha perso le elezioni, di quanto le avrebbe perse se non avesse avuto le televisioni?". Il conflitto d’interessi è l’elemento che segna il deficit di democrazia italiano rispetto agli altri Stati esteri, in nessun altro Paese del Mondo il Presidente del Consiglio è anche il più grande industriale nel ramo delle telecomunicazioni e dell’informazione. Nel 2001 durante la campagna elettorale per le presidenziali, circolava nelle case degli italiani un libricino chiamato Una storia italiana, dove veniva raccontata la storia del Cav. Berlusconi per primo aveva quindi deciso di porre la propria vita privata al centro della politica italiana, salvo decidere poi di marchiare come "gossip" le inchieste che ruotavano intorno a quella sua stessa quotidianità, fatta anche di escort e feste nei palazzi istituzionali. L’aver attirato su di sé e sulla propria vita l’attenzione mediatica è stata quindi, per un primo periodo, una mossa vincente, che in seguito si è tuttavia rivelata un’arma a doppio taglio, perchè anche la condotta privata di un uomo pubblico è di rilievo pubblico se ci si rende ricattabili. E quante cose in tv non ci vengono raccontate? Come quando nel 2002 Berlusconi pronunciò il famoso "Editto bulgaro" contro Santoro, Luttazzi e Biagi, i suoi ordini vennero prontamente eseguiti da una Rai addomesticata. Berlusconi è stata una grande occasione per l’Italia. Purtroppo persa. Con la maggioranza parlamentare che aveva a disposizione, senza precedenti nella storia Repubblicana, avrebbe potuto davvero migliorare il nostro Paese, colmare le lacune e le mancanze dei governi precedenti. E invece dov’è la "rivoluzione liberale" dopo 17 anni? Di concreto, guardando la realtà delle cose, non si è fatto quasi nulla: la legge anti-fumo, quella sullo stalking e la patente a punti. Non proprio una rivoluzione. Ma certe cose in Italia ce le meritiamo. Non siamo mai stati veramente in grado di scendere dal carro dei vincitori, anzi siamo sempre stati pronti ad assaltarlo, come in un teatro affollato dove si fa a gara per avere le poltrone migliori. Non siamo mai attenti "a quelli che verranno dopo", forse perchè, come diceva Ugo Jetti: "L'Italia è un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri perché senza memoria di se stesso". Ed è questa la preoccupazione più grande: la paura che si possano dimenticare le mancanze di questi anni e che il "Berlusconi che è in noi" possa ripresentarsi in altre forme, magari tra le fila del centrosinistra. Sì perchè in fondo il Cavaliere poteva stare benissimo anche nella fazione politica opposta, di destra ha davvero poco. La sua caduta è quindi un segnale di respiro per questa democrazia italiana malata perchè favorisce un’alternanza e una riorganizzazione della linea conservatrice, magari più conforme agli altri partiti appartenenti alla medesima tradizione europea, i quali vantano, ad esempio, donne musulmane come chairman di partito (vedi i "Tories" inglesi). Anche se il Cav se n’è andato resteranno i suoi programmi televisivi importati dall’America, che oggi influenzano le ambizioni e le diete di milioni di italiani, il suo modo di vedere le donne e la politica, la sua capacità di saper indicare sempre la scelta più conveniente e mai la più giusta. L’uomo di Arcore non sarà stato la causa di tutti i problemi ma di sicuro era il problema più grosso, il più evidente, quel problema senza la cui soluzione, non si potranno risolvere tutti gli altri. Semplicemente perchè "il Berlusconi in sé" era la scusa per tutti "i Berlusconi in me", i quali si sentivano quasi autorizzati a comportarsi di conseguenza, "Se lo fa lui che è il Presidente del Consiglio, perchè non dovrei farlo io che sono un comune cittadino?". Questo sillogismo, che obiettivamente non fa una piega, per anni ha fatto passare atrocità politiche di qualsiasi livello e di qualsiasi fazione, come normali banalità spicciole, bazzeccole, frutto d’invenzioni di giornalisti e magistrati. Indro Montanelli nel ‘94, scrisse: “Con Berlusconi la parola destra diventerà impronunciabile per almeno 50 anni, per ragioni di decenza” e credo che i cittadini italiani di destra, e non meno quelli di sinistra, meritino ormai una risposta concreta dai propri rappresentanti in Parlamento. La fine del Berlusconismo sembra quindi essere ancora molto lontana ma abbiamo in Italia degli esempi che si muovono in una direzione opposta e da cui possiamo senz’altro attingere per le nostre condotte future. L’importante è essere attrezzati, l’importante è restare vigili.

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01/11/2011

INGROIA VA AL CONGRESSO

Se Antonio Ingroia si fosse tenuto per sé i suoi bei pensieri al congresso del Partito dei Comunisti Italiani del segretario Diliberto, forse oggi avremmo più fiducia nella Magistratura. In certi casi, appellarsi all'art. 21 della Costituzione risulta alquanto fuori luogo e fastidioso. “Libertà di parola” e “libertà di manifestazione del pensiero” sono tutti punti fermi molto belli e necessari, scritti nella nostra Carta Fondamentale. In quella Carta però c'è scritto anche che “Ogni processo si svolge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo e imparziale” (Art. 111.2 Cost.). La Corte Costituzionale nel 1991 ha ricordato che ai fini di un giusto esercizio dell'obbligo dell'azione penale, il requisito dell'imparzialità è assolutamente necessario. Del resto, l' “obbligo” di esercizio di tale azione costituito in capo al PM serve proprio a garantire l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale, "senza consentirgli alcun margine di discrezionalità nell'adempimento di tale doveroso ufficio" (Corte Costituzioanale, sent. 88/1991). A conti fatti quindi: che garanzie di imparzialità offre un magistrato, che seppur nell'esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, quale quello di parola, partecipa ad un congresso di partito? Il problema quindi non sta tanto in ciò che Ingroia ha detto (stare dalla parte della Costituzione è senz'altro una cosa giusta e nobile) ma in ciò che Ingroia ha fatto. Perchè la Costituzione prevede che i magistrati in carica non possono “essere iscritti negli albi professionali, né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale” (Art. 104)? E perchè questi non sono neanche eleggibili nelle circoscrizioni sottoposte, in tutto o in parte, alla giurisdizione degli uffici in cui hanno svolto le loro funzioni nei sei mesi antecedenti la data di accettazione della candidatura? Proprio perchè i requisiti dell'imparzialità e dell'indipendenza sono essenziali ai fini di un'efficace e corretto esercizio della funzione giurisdizionale. Ingroia certamente non è iscritto ad alcun partito e non è candidato da nessuna parte ma partecipare a congressi politici non è certamente un bel modo per manifestare la propria imparzialità, specie se professionale. Forse non siamo ai livelli di Mazzella e Napolitano, giudici della Corte Costituzionale che, nel 2009 a Roma, parteciparono alla famosa cena con Berlusconi, a pochi mesi dal giudizio della Corte sul Lodo Alfano, ma, per quanto accaduto, il PM siciliano ha perso sicuramente parte della propria credibilità. Dice bene quindi Giuseppe Cascini, segretario nazionale dell'Anm, in un'intervista ad Affaritaliani.it: "Ho sempre sostenuto che i magistrati particolarmente esposti, a causa delle loro indagini e delle attività che svolgono, dovrebbero avere particolare prudenza nell'esprimere valutazioni di carattere generale sulla politica del Paese. Devono essere prudenti per rispetto del tipo di indagini e attività che svolgono. Bisogna evitare equivoci che possano appannare l'immagine di imparzialità di un magistrato".

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