IL LATO UMANO

L’uomo, lo studente, il lavoratoreUmanità

Nel libro “La Solidarietà” curato dal Prof. Mario Napoli, il compianto Prof. Mario Giovanni Garofalo, Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Bari, faceva un’interessante riflessione sull’articolo 3 della Costituzione dalla quale vorrei partire per illustrare brevemente la mia opinione sull’attuale sistema universitario e sull’argomento dell’accesso al mondo del lavoro. Il passo in questione è il seguente ed è un’attenta fotografia del mondo del lavoro per come appariva nel 2007 ma è uno scritto che sicuramente ancora oggi è di grande attualità. «Il lavoro non è solo adempimento di un dovere di solidarietà. E’ anche titolo per rivendicare solidarietà da parte della Repubblica. […] Il lavoro – nella struttura sociale ed economica data -, invece di essere strumento di sviluppo della persona del lavoratore e di partecipazione collettiva all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, diventa un ostacolo all’una e all’altra. […] Il lavoro che ha una legittima pretesa alla solidarietà da parte della Repubblica è il lavoro che, nell’attuale struttura sociale ed economica, costituisce un ostacolo al pieno sviluppo della persona e alla partecipazione collettiva all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Il lavoro come un ostacolo al pieno sviluppo della persona umana? In effetti potrebbe sembrare un paradosso ma un attento osservatore della realtà che ci circonda non avrebbe potuto trarre una conclusione differente. Il basso livello dei salari, le eccessive ore di lavoro, la bassa età pensionabile e, aggiungerei io, le priorità del mondo universitario, sono un ostacolo ad una vita piena e dignitosa, per un lavoratore e non solo. Nella realtà della mia facoltà (Giurisprudenza) e in Italia le esperienze internazionali sono di fatto fortemente disincentivate. Viviamo in una modernità in cui chi é curioso e ha voglia di scoprire cosa c’è oltre la siepe, si sente dire che esperienze del genere sono “pure perdite di tempo” e “prolungati periodi di vacanza e di divertimento” senza alcuna utilità didattica. Siamo immersi in un mondo universitario e in un mondo del lavoro che non lasciano spazio a tutto ciò che con il lavoro (attuale o futuro) non ha apparentemente nulla a che fare e non si accorgono che in questo modo tutte le altre forme di espressione di cui la creatività e la libertà umana hanno bisogno per raggiungere il pieno sviluppo della dignità dell’individuo, vengono completamente distrutte. Facciamo esempi concreti: uno studente di medicina che ha la passione per il teatro, ha forse vita facile nel coltivare i due progetti? Uno studente di Giurisprudenza che suona anche uno strumento musicale ottiene forse complimenti o sostegni per il fatto di riuscire a portare avanti le due cose nello stesso tempo? Al contrario, viene disincentivato da un sistema che vede nello studio “leopardiano” e acritico l’unica forma di espressione della razionalità umana e l’unica modalità di accesso nel mondo del lavoro. Non stiamo parlando di un sapere enciclopedico, stiamo parlando di una cosa ben più importante: dell’uomo e delle sue passioni.

IL TEMPO DA DEDICARE AL PROSSIMO

Parliamo in primis dell’uomo, a cui i primissimi articoli della Costituzione sono in parte dedicati. L’uomo non è un automa, né tantomeno un essere irrazionale e apatico. L’uomo è un “animale sociale”, come lo definiva Aristotele, e sente ontologicamente la necessità di coltivare le relazioni umane fondamentali per la propria persona e di fare esperienze di vita che lo portino a contatto con altri individui, con altre culture, con altre lingue. Per come è costruito oggi il mondo del lavoro, ossia come una corsa spietata a chi arriva prima, come una competizione con il coltello fra i denti, il tempo da dedicare al prossimo, al nostro vicino, all’altro, è sempre più scarso. Tutto questo ha già inizio nell’università, dove ormai regna sovrano il dogma della laurea in tempo, anche a scapito della formazione, e dove il tempo da dedicare allo studio non è mai abbastanza e se si vogliono avere una vita sociale e buoni risultati accademici le ore di sonno iniziano a scarseggiare.  La velocità dell’oggi e i miti del presente stanno uccidendo la natura umana. Al primo posto: una certa stabilità economica che, ci dicono dalla regia, pare possa essere conquistata solo grazie ad una totale abnegazione verso la propria attività lavorativa e rinunciando a tutto il resto, famiglia e amori inclusi. Facciamo sempre ciò che gli altri si aspettano che noi faremo. Mi viene in mente l’incipit del film Trainspotting di Danny Boyle, dove una vita da eroinomane appare più umana e meno programmata, poiché meno conformista e più imprevedibile, rispetto a quella di un uomo normale. Pensiamo alla condizione degli stagiaires, dei tirocinanti e degli studenti più meritevoli. Sfruttati e, se non sfruttati, costretti a vivere privi di una vera vita sociale. Padri e madri assenti, orari di lavoro che non permettono di tenere in piedi le relazioni sociali e i legami umani di cui ognuno di noi ha bisogno. Se tutti noi seguissimo questi consigli di sistema probabilmente ci ritroveremmo ricchi, ma molto soli. Tra le tante statistiche che ci vengono proposte ce n’è una che raramente attira la nostra attenzione ma che a mio avviso è estremamente significativa: l’uso di psicofarmaci. Nel 2011 gli italiani ne hanno acquistati ben 34 milioni e mezzo e nel 2013 il loro utilizzo nel nostro Paese è aumentato del 16,2 %, in particolare fra gli under 25. Possiamo provare ad azzardare un legame fra questo dato e l’attuale situazione socio-economica del Paese. Un Paese che priva gli individui delle loro passioni e dei loro legami affettivi, barattando l’umanità con la produttività, è un Paese che non lascia spazio alla felicità.

IL TEMPO DA DEDICARE A NOI STESSI

Ricordo ancora come se fosse ieri un incontro universitario tenutosi durante il primo anno di università (quattro anni fa ormai) con il PM Nicola Gratteri, molto famoso anche al di fuori dell’ambiente giudiziario per via delle numerose pubblicazioni in tema di mafia e giustizia. Ebbene, alla domanda “Cosa consiglia agli studenti che vorrebbero diventare magistrati?” il dott. Gratteri rispose così: “Studiate, studiate, studiate! Minimo dieci ore al giorno, non perdete tempo! Se siete in Università per prendere il 18 lasciate stare, l’Università non fa per voi! Trovatevi subito un lavoro, non perdete tempo! Fate scorta di biscotti e yogurt e restate in pigiama per non dover uscire a fare la spesa, fatevi la barba una volta a settimana per non perdere troppo tempo! Nei concorsi in magistratura c’è spazio anche per i non raccomandati, fidatevi!”. Dopo aver ascoltato queste parole, in quanto matricola, ne rimasi affascinato e impressionato positivamente. Mi diedero una grande carica e una grande motivazione. Tuttavia con il passare degli anni e con una maggiore maturazione, anche didattica, ho completamente ribaltato il mio giudizio su quelle parole che oggi mi sembrano un insulto agli studenti di ogni facoltà e parole che spero di non dover sentire mai più, specie se pronunciate dalla bocca di un uomo che per posizione professionale ed età dovrebbe dare consigli ai più giovani. Il motivo? E’ semplice: sono parole che non considerano il lato umano della vita. Può la vita di un ventenne ruotare esclusivamente attorno allo studio nella prospettiva di avere poi un lavoro che possa garantirgli un’esperienza ordinaria? E’ giusto che il mondo universitario segua le richieste fornite dal mondo del lavoro e fornisca agli studenti innanzitutto strumenti professionali concreti ma tutto questo a che prezzo? Il prezzo da pagare è la totale de-umanizzazione dell’individuo. Per riprendere Kant: l’uomo non più visto come essere in grado di esprimersi e di avere relazioni sociali (come “fine”) ma visto solo come “mezzo” attraverso il quale la società può produrre. Alla luce delle considerazioni fatte, non sarebbe forse questa l’opportunità di riformare in modo costruttivo il mondo dell’Università e il mondo del lavoro e soprattutto le relazioni fra questi due mondi, ridando dignità alle aspirazioni e alle passioni umane e alle figure professionali calpestate negli ultimi decenni come quella dei docenti ad esempio. La vita è straordinaria ma è straordinaria solo se la viviamo con tutto ciò che ci mettiamo dentro, con tutte le nostre passioni, le nostre attenzioni, i nostri legami umani, i nostri momenti di follia. Un salario dignitoso è ormai diventato uno strumento di ricatto sia per il mondo universitario che per il mondo del lavoro. Quali sono i consigli che vengono forniti agli studenti che terminano le scuole superiori? “Non scegliete Lettere! Non scegliete Filosofia! Iscrivetevi ad Economia, ad Ingegneria! Con la cultura non si mangia!”. Ma davvero nelle nostre scelte di vita non riusciamo a tenere in minima considerazione l’elemento più banale ed essenziale? Le aspirazioni dell’individuo, “che cosa voglio fare?”, “che cosa mi piace?” ma soprattutto “a chi tengo?”. Se priviamo la vita di tutto questo, stiamo utilizzando il salario come uno strumento di ricatto e non come un corrispettivo per una prestazione professionale. Questo perché della mia formazione umana (che non è affatto sganciata da quella professionale) molte cose non verranno prese in considerazione. La vera follia sta quindi nel vivere una vita in questo modo o, peggio, nel consigliarla. Una vita in cui su 24 ore della nostra giornata otto (se va bene) le passiamo a dormire e dieci a studiare, tutto il resto non conta, non viene considerato. Se suono uno strumento o pratico a livello agonistico uno sport e riesco anche ad essere in regola con gli esami non ricevo CFU, al contrario sono disincentivato perché per l’Università e per il mondo del lavoro perdo tempo: devo produrre. Io non conto, l’Io non conta.

Pubblicato in opinioni, politica | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

L’OVVIO RITORNO

Ci risiamo. Pensavamo tutti di essercene liberati definitivamente e che tutto il male commesso sarebbe stato solo un brutto ricordo, un qualcosa di reale ma di passeggero. Purtroppo però anche i più grandi sognatori sono costretti a volte, un po’ per natura un po’ per buona abitudine, ad aprire gli occhi e a confrontarsi con il triste mondo reale. Persino loro, i sognatori, avranno perfettamente capito che il nostro Silvio in realtà non se n’era mai andato, che il governo Monti è sempre stato tenuto sotto scacco dall’ex premier, che il potere logora chi non ce l’ha, soprattutto se è un potere sostanziale e non formale come quello che contrapponeva Berlusconi a Monti. Peccato però, peccato per Monti, peccato per l’Italia e peccato anche per l’Italiani. Peccato per Monti perchè sarebbe stato bello vederlo capo di un governo libero da vincoli berlusconiani, eletto magari dai cittadini in un Parlamento che lo sostiene non perchè il Paese è in emergenza ma perchè Mario è una persona brava e competente. Peccato per l’Italia perchè, neanche il tempo di annunciare la candidatura di Mr. B e già i mercati internazionali ritornano a ridere di noi, con lo spread in rapida salita e i potenti della terra pronti a farsi beffe dello Stivale, rimembrando i vari cucù, le mignotte, le nipoti di Mubarak e le barzellette sulla Bindi. Peccato infine per gli Italiani che forse, dopo aver scelto male per quasi un ventennio, per la prima volta nella storia non meritano tutto questo. Violentati, bastonati e costretti a fare sacrifici per tirare avanti la carretta, vittime delle scellerate politiche italiane degli ultimi 15 anni. Noi italiani siamo però ora chiamati a fare una scelta, finalmente oserei dire. Le primarie del Partito Democratico, al di là delle fazioni interne e della vittoria di Bersani, sono state una grande iniezione di democrazia, in un Paese che da troppo tempo ha relegato il popolo sovrano al ruolo di mero ratificatore di scelte già definite e prese nella stanza dei bottoni. In questi mesi di governo Monti si è parlato di “sospensione della democrazia” ma non era forse necessaria dopo una sospensione di venti anni della politica? A Febbraio il popolo tornerà a scegliere, a decidere. Certo, la legge elettorale è sempre la stessa ma forse si potranno comunque fare scelte dignitose nonostante la mancata modifica normativa, dipende dall’Italia, dipende dagli italiani. La paura che serpeggia è chiaramente una sola: il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi. E’ altamente improbabile, senza ombra di dubbio, ma i miei connazionali mi hanno abituato a tutto, quindi sono pronto a non escludere nulla. Berlusconi è stato ed è tutt’ora il più grande cancro dell’Italia, che come accade spesso purtroppo in ogni brutta malattia, è difficile da debellare e si presta facilmente a rapide ricadute. Era stato tutto troppo facile nel Novembre dello scorso anno, all’arrivo di Monti. I canti di festa, i titoli del Fatto Quotidiano con THE END in prima pagina, le urla liberatorie di mezza Italia, etc… Troppo troppo facile. Come solo i vecchi volponi sanno fare, Mr. B poteva scegliere di tornare quando voleva e lo ha fatto ora che conosce i suoi avversari: Monti (che sarà il pretesto contro cui attaccarsi in campagna elettorale per le manovre “lacrime e sangue”), Bersani (il vecchio comunista, erede della sempreverde classe dirigente del PCI) e Grillo (il volgare populista ex comico). In quest’anno di Governo Monti, venuto dopo il Non-governo Berlusconi, non male ha fatto anche Grillo il quale nonostante tutti i suoi difetti e le sue smanie di protagonismo, è riuscito in un’impresa da non banalizzare: riavvicinare tanti italiani alla politica e alle urne. Ma questa è l’Italia. Mentre all’estero Democrazia, primarie e meritocrazia sono concetti assodati e quasi dati per scontato, nel nostro Paese per fare un passo in avanti bisogna sempre farne dieci indietro e ricominciare a masticare e a pronunciare queste parole, a reintrodurre questi concetti nella nostra vita quotidiana, a dire che per noi non sono così scontati, che se si fanno le primarie in Italia queste per noi sono un evento, perchè abbiamo un gap democratico rispetto agli altri e non è una questione di chi c’è lassù ma di chi c’è quaggiù e noi siamo quaggiù. Quindi possiamo decidere noi.

berlusconi,bindi,mario monti,hollande,ritorno,partito democratico,pd,pdl,bersani,renzi,elezioni 2013,2012,novembre,merkel,parlamento,zagrebelsky,travaglio

Pubblicato in opinioni | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

CHE FAMO? LIBERALIZZIAMO?

Liberalizzare. Un parola simpatica, che ci dà un’idea di libertà, di fiducia, di prosperità. Ma siamo sicuri che liberalizzazione sia sempre sinonimo di crescita? L’ultima riforma targata Monti ha introdotto una nuova autorità sui trasporti che dovrà garantire, con misure che assicurino la concorrenza, la gestione ottimale ed economicamente razionale delle infrastruttur nonché il loro accesso “equo e non discriminatorio” da parte dei consumatori, con particolare attenzione alla qualità dei servizi, alle tariffe praticate e al contenuto minimo dei diritti, anche di natura risarcitoria, dei quali gli utenti possono esigere il rispetto. In particolare, nel settore autostradale l’autority dovrà stabilire, per le nuove concessioni, dei sistemi tariffari che tengano conto di un indicatore di produttività determinato con cadenza quinquennale. Ovviamente, l’autorità si occuperà anche dell’attività di sorveglianza dei bandi di gara per la realizzazione delle nuove tratte. Un altro compito affidato al nuovo organismo (e per ora a quello che si occupa di energia e gas) sarà la regolamentazione del servizio di trasporto di piazza con riferimento alle tariffe dei taxi, alla qualità delle prestazioni e all’offerta nei vari contesti urbani allo scopo di garantire il diritto alla mobilità degli utenti. In particolare verrà monitorato, anche mediante il confronto con la situazione esistente in diverse realtà territoriali, il numero di licenze, che verrà aumentato se ritenuto necessario per riequlibrare l’offerta a favore dei consumatori (da Sicurauto.it). 

Ma com’è la situazione fuori dai confini italiani? Ad Amsterdam una volta a gestire i taxi c’era soltanto la TCA e ci si trovava quindi di fronte ad un regime di monopolio. Nel 1998 si decise di liberalizzare il mercato e arrivò la Taxidirect. La città si riempì di auto con la paletta blu ma ci fu un forte incremento della violenza tra gli autisti, e tra questi e i loro clienti: nel luglio del 2009 un tassista picchiò a morte un uomo per non essere salito sulla prima auto disponibile nella stazione di Leidseplein. Invece di scendere, i prezzi crebbero ed oggi la città olandese è una delle città europee in cui i taxi costano di più, vengono considerati sporchi e dal servizio scadente. Si contano circa 3.000 auto gialle, la tariffa iniziale è pari a 7,86€ e la tariffa per km è di 2,30€, un vero salasso. Non per nulla quello olandese è uno dei casi che i tassisti italiani citano come esempio di liberalizzazione fallita. A Londra la situazione non è molto diversa dal punto di vista dei costi. I taxi sono circa 24.000 ed una corsa di 3 km può arrivare a costare tra i 9 e gli 11,6€ anche se le tariffe iniziali e per km sono inferiori rispetto a quelle presentate dai tassisti di Amsterdam: 2,65€ come prezzo di partenza e 1,71€ per km percorso. Nella metropoli inglese c’è un ufficio che si chiama Public Carriage Office il quale regolamenta il rilascio delle licenze le quali non possono essere cedute a terzi. La domanda costa 40€ ma occorre sostenere un esame, tuttavia non vi sono restrizioni al numero delle vetture e questa è una grossa differenza rispetto a quanto avveniva nell’Italia pre-riforma Monti. A Madrid, il Comune è l’autorità competente in materia: rilascia le licenze e ne stabilisce il numero e le tariffe. La legge spagnola, come quella italiana, consente di cedere la licenza a terzi. Tuttavia la capitale iberica è una delle migliori città per rapporto qualità/prezzo: vi sono circa 15.000 taxi che hanno in media una tariffa per km pari a 1,10€ ed un prezzo iniziale pari a circa 2,95€, una corsa di 3 km quindi costa tra i 5,7 e gli 8€, un prezzo più che ragionevole. Guardando fuori dall’Europa, a New York i taxi sono di proprietà della New York City Taxi and Limousine Commission, agenzia che appalta a compagnie private la licenza, che può essere acquistata ad un’asta oppure da un precedente proprietario. Il numero di taxi è particolarmente basso rispetto alla media europea, 1,6 taxi ogni 1000 abitanti (13.000 taxi totali) tuttavia i prezzi sono particolarmente bassi rispetto agli standard europei: tariffa iniziale pari a 3,5€, mentre ogni km costa solo 0,88€. Un forte incentivo a non usare la macchina! In Italia la situazione fotograta non è poi così diversa dal resto d’Europa: a Roma ci sono 7.800 taxi, l’autorità competente per il rilascio delle licenze è il Comune, il quale, tramite il 7˚ dipartimento (Ufficio alla Mobilità), regolamenta la materia e stabilisce il numero delle licenze. Le licenze in Italia sono cedibili a terzi ed è possibile, ad esempio, darle anche in locazione o in usufrutto. Il prezzo iniziale di una corsa in taxi nella nostra bella capitale ammonta a circa 2,90€ mentre la tariffa per km è pari a 0,92€, meno di Londra, Berlino, Amsterdam e Parigi. Parlando con un tassista milanese però, sono rimasto colpito dalle motivazioni che questo lavoratore adduceva a sostegno della propria tesi, contraria alla manovra Monti. Cercherò di riassumere qui quanto riferitomi: il numero di licenze essendo regolato dai comuni sulla base del numero di abitanti, è molto limitato. Questo chiaramente determina una maggiore appetibilità delle nuove licenze erogate (quando il comune decide di emanare nuovi bandi) o dichiarate “cedibili” dai loro proprietari (abbiamo visto che in Italia le licenze sono cedibili a terzi). Questa appetibilità si tramuta in un costo molto elevato della licenza stessa (a Milano si parla anche di 190.000€!), il quale obbliga gli aspiranti autisti ad accendere mutui molto onerosi presso le banche, vincolandosi per il resto della propria vita a versare parte del proprio guadagno nelle casse della banca mutuante. La stabilità del sistema si regge proprio su questo elemento, cioè sulla garanzia, dovuta alla mancanza di concorrenza appunto, che quel mutuo verrà ricompensato adeguatamente con il lavoro di una vita, una vita lavorativa sicura, quasi come quella di un impiegato comunale. Inoltre i tassisti pur svolgendo un servizio di pubblica utilità (almeno così lamentava questo tassista), non ricevono alcun rimborso benzina da parte del comune, mentre in Inghilterra il comune rimborsa il 30% della benzina. L’unico vantaggio economico diretto nel nostro sistema è uno sconto sul bollo auto, nient’altro. Aver liberalizzato significa quindi aver concesso ai nuovi arrivati la possibilità d’intraprendere l’attività senza dover accettare quel rischio iniziale rappresentato dal mutuo, inserendosi però in un regime concorrenziale che taglia le gambe a chi in partenza c’aveva sì rimesso dei soldi, ma era sicuro che nessuno gli avrebbe mai sottratto la clientela.

 taxi, milano, roma, italia, estero, mario monti, liberalizzazioni

Pubblicato in politica | Lascia un commento

IL BERLUSCONISMO DOPO BERLUSCONI

Era il 1994 quando tutto ebbe inizio. Silvio Berlusconi con un discorso a reti unificate scendeva in campo per attuare la sua “rivoluzione liberale”. Oggi, anno 2011, tiriamo le somme di quello che è stato molto di più di un semplice governo. E’ stato un modo di pensare, di credere e di vivere la politica in una maniera completamente diversa rispetto al passato: è stato il berlusconismo. Personalmente però, non credo affatto che questo sia finito. Giorgio Gaber diceva: «Non ho paura di Berlusconi in sé, ma di Berlusconi in me» e forse queste parole possono esprimere con maggiore chiarezza i cambiamenti di questi ultimi 20 anni. Su Berlusconi si è detto tutto, si è scritto tanto, si è anche discusso tanto e i giudizi su di lui hanno sempre e profondamente diviso l’Italia a metà. “E’ un grande imprenditore! E’ tutta invidia!”, “E’ un perseguitato!”, “E’ un uomo che si è fatto da solo!”, quante volte abbiamo ascoltato questi commenti, nei bar, con gli amici, in tv, per strada, ovunque. Opinioni contrapposte che si traducevano in voti, e quelli sì che fanno la differenza. E allora, alla luce delle parole di Gaber, come ricorderemo Berlusconi? Lo ricorderemo come un perseguitato o come un ladro? Vivremo contrapposizioni come quelle che ancora oggi ci sono su Mussolini e sul ventennio fascista, oppure emergerà una verità storica (se davvero esiste), univoca e oggettiva? Perchè ciò che ha maggiormente colpito di lui, è stato il modo con cui ha utilizzato lo strumento della legge per risolvere le proprie questioni personali, e si potrebbe fare un lungo elenco dei provvedimenti che hanno avuto una ricaduta sulle sue aziende o sui suoi processi. Come il d.lgs. 61/2002 che ha depenalizzato il falso in bilancio, reato per cui Berlusconi era imputato in ben cinque processi, che si sono poi quasi tutti conclusi con la formula “il fatto non è più previsto dalla legge come reato”. O ancora la legge Ex Cirielli, la 251/2005, la quale ha, tra le tante cose, anche diminuito i tempi di prescrizione da 15 a 10 anni del reato di corruzione giudiziaria, reato per il quale era imputato l’avvocato David Mills, che non è stato condannato proprio perchè il reato si è prescritto pur essendo stato commesso, e poi il Lodo Alfano, dichiarato incostituzionale dalla Consulta perchè tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, compreso il Capo del Governo. Il Berlusconismo è stato anche questo. Un nuovo linguaggio, un nuovo modo di relazionarsi con la realtà, di chiamare le cose con vecchie e nuove parole, come “comunista”, un vocabolo gettato nel dimenticatoio per decenni e riesumato per bollare chi la pensava in maniera differente e magari, con il comunismo, non aveva e non ha nulla a che fare. Tuttavia il Fascismo, seppur in assoluto contrasto con i moderni principi costituzionali democratici, aveva una sua ideologia di fondo, un suo perchè. La causa dell’attuale dibattito sul periodo fascista sorge proprio sulla base del fatto incontestabile che, in effetti, in Italia durante il regime, vennero fatte anche tante cose positive. La “grandezza” di Berlusconi oggi invece, sta nell’essere riuscito a far credere agli italiani di aver fatto tanto, quando in realtà ha fatto poco o pochissimo. Del resto non a caso Montanelli lo definiva “il più grande piazzista del mondo”. Ecco appunto, le televisioni: nessuno meglio di lui ha capito come potessero essere utilizzate nella maniera più utile. Spesso ci si chiede: “Ma è capitato anche a lui di perdere le elezioni, e in quei momenti dove erano le sue televisioni?”, in realtà la domanda che ci si dovrebbe porre è:”Anche quando ha perso le elezioni, di quanto le avrebbe perse se non avesse avuto le televisioni?”. Il conflitto d’interessi è l’elemento che segna il deficit di democrazia italiano rispetto agli altri Stati esteri, in nessun altro Paese del Mondo il Presidente del Consiglio è anche il più grande industriale nel ramo delle telecomunicazioni e dell’informazione. Nel 2001 durante la campagna elettorale per le presidenziali, circolava nelle case degli italiani un libricino chiamato Una storia italiana, dove veniva raccontata la storia del Cav. Berlusconi per primo aveva quindi deciso di porre la propria vita privata al centro della politica italiana, salvo decidere poi di marchiare come “gossip” le inchieste che ruotavano intorno a quella sua stessa quotidianità, fatta anche di escort e feste nei palazzi istituzionali. L’aver attirato su di sé e sulla propria vita l’attenzione mediatica è stata quindi, per un primo periodo, una mossa vincente, che in seguito si è tuttavia rivelata un’arma a doppio taglio, perchè anche la condotta privata di un uomo pubblico è di rilievo pubblico se ci si rende ricattabili. E quante cose in tv non ci vengono raccontate? Come quando nel 2002 Berlusconi pronunciò il famoso “Editto bulgaro” contro Santoro, Luttazzi e Biagi, i suoi ordini vennero prontamente eseguiti da una Rai addomesticata. Berlusconi è stata una grande occasione per l’Italia. Purtroppo persa. Con la maggioranza parlamentare che aveva a disposizione, senza precedenti nella storia Repubblicana, avrebbe potuto davvero migliorare il nostro Paese, colmare le lacune e le mancanze dei governi precedenti. E invece dov’è la “rivoluzione liberale” dopo 17 anni? Di concreto, guardando la realtà delle cose, non si è fatto quasi nulla: la legge anti-fumo, quella sullo stalking e la patente a punti. Non proprio una rivoluzione. Ma certe cose in Italia ce le meritiamo. Non siamo mai stati veramente in grado di scendere dal carro dei vincitori, anzi siamo sempre stati pronti ad assaltarlo, come in un teatro affollato dove si fa a gara per avere le poltrone migliori. Non siamo mai attenti “a quelli che verranno dopo”, forse perchè, come diceva Ugo Jetti: “L’Italia è un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri perché senza memoria di se stesso”. Ed è questa la preoccupazione più grande: la paura che si possano dimenticare le mancanze di questi anni e che il “Berlusconi che è in noi” possa ripresentarsi in altre forme, magari tra le fila del centrosinistra. Sì perchè in fondo il Cavaliere poteva stare benissimo anche nella fazione politica opposta, di destra ha davvero poco. La sua caduta è quindi un segnale di respiro per questa democrazia italiana malata perchè favorisce un’alternanza e una riorganizzazione della linea conservatrice, magari più conforme agli altri partiti appartenenti alla medesima tradizione europea, i quali vantano, ad esempio, donne musulmane come chairman di partito (vedi i “Tories” inglesi). Anche se il Cav se n’è andato resteranno i suoi programmi televisivi importati dall’America, che oggi influenzano le ambizioni e le diete di milioni di italiani, il suo modo di vedere le donne e la politica, la sua capacità di saper indicare sempre la scelta più conveniente e mai la più giusta. L’uomo di Arcore non sarà stato la causa di tutti i problemi ma di sicuro era il problema più grosso, il più evidente, quel problema senza la cui soluzione, non si potranno risolvere tutti gli altri. Semplicemente perchè “il Berlusconi in sé” era la scusa per tutti “i Berlusconi in me”, i quali si sentivano quasi autorizzati a comportarsi di conseguenza, “Se lo fa lui che è il Presidente del Consiglio, perchè non dovrei farlo io che sono un comune cittadino?”. Questo sillogismo, che obiettivamente non fa una piega, per anni ha fatto passare atrocità politiche di qualsiasi livello e di qualsiasi fazione, come normali banalità spicciole, bazzeccole, frutto d’invenzioni di giornalisti e magistrati. Indro Montanelli nel ‘94, scrisse: “Con Berlusconi la parola destra diventerà impronunciabile per almeno 50 anni, per ragioni di decenza” e credo che i cittadini italiani di destra, e non meno quelli di sinistra, meritino ormai una risposta concreta dai propri rappresentanti in Parlamento. La fine del Berlusconismo sembra quindi essere ancora molto lontana ma abbiamo in Italia degli esempi che si muovono in una direzione opposta e da cui possiamo senz’altro attingere per le nostre condotte future. L’importante è essere attrezzati, l’importante è restare vigili.

berlusconi,montanelli,falso in bilancio,luttazzi,biagi,santoro,ugo jetti,tories,giorgio gaber

Pubblicato in opinioni, politica | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

INGROIA VA AL CONGRESSO

Se Antonio Ingroia si fosse tenuto per sé i suoi bei pensieri al congresso del Partito dei Comunisti Italiani del segretario Diliberto, forse oggi avremmo più fiducia nella Magistratura. In certi casi, appellarsi all’art. 21 della Costituzione risulta alquanto fuori luogo e fastidioso. “Libertà di parola” e “libertà di manifestazione del pensiero” sono tutti punti fermi molto belli e necessari, scritti nella nostra Carta Fondamentale. In quella Carta però c’è scritto anche che “Ogni processo si svolge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo e imparziale” (Art. 111.2 Cost.). La Corte Costituzionale nel 1991 ha ricordato che ai fini di un giusto esercizio dell’obbligo dell’azione penale, il requisito dell’imparzialità è assolutamente necessario. Del resto, l’ “obbligo” di esercizio di tale azione costituito in capo al PM serve proprio a garantire l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale, “senza consentirgli alcun margine di discrezionalità nell’adempimento di tale doveroso ufficio” (Corte Costituzioanale, sent. 88/1991). A conti fatti quindi: che garanzie di imparzialità offre un magistrato, che seppur nell’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, quale quello di parola, partecipa ad un congresso di partito? Il problema quindi non sta tanto in ciò che Ingroia ha detto (stare dalla parte della Costituzione è senz’altro una cosa giusta e nobile) ma in ciò che Ingroia ha fatto. Perchè la Costituzione prevede che i magistrati in carica non possono “essere iscritti negli albi professionali, né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale” (Art. 104)? E perchè questi non sono neanche eleggibili nelle circoscrizioni sottoposte, in tutto o in parte, alla giurisdizione degli uffici in cui hanno svolto le loro funzioni nei sei mesi antecedenti la data di accettazione della candidatura? Proprio perchè i requisiti dell’imparzialità e dell’indipendenza sono essenziali ai fini di un’efficace e corretto esercizio della funzione giurisdizionale. Ingroia certamente non è iscritto ad alcun partito e non è candidato da nessuna parte ma partecipare a congressi politici non è certamente un bel modo per manifestare la propria imparzialità, specie se professionale. Forse non siamo ai livelli di Mazzella e Napolitano, giudici della Corte Costituzionale che, nel 2009 a Roma, parteciparono alla famosa cena con Berlusconi, a pochi mesi dal giudizio della Corte sul Lodo Alfano, ma, per quanto accaduto, il PM siciliano ha perso sicuramente parte della propria credibilità. Dice bene quindi Giuseppe Cascini, segretario nazionale dell’Anm, in un’intervista ad Affaritaliani.it: “Ho sempre sostenuto che i magistrati particolarmente esposti, a causa delle loro indagini e delle attività che svolgono, dovrebbero avere particolare prudenza nell’esprimere valutazioni di carattere generale sulla politica del Paese. Devono essere prudenti per rispetto del tipo di indagini e attività che svolgono. Bisogna evitare equivoci che possano appannare l’immagine di imparzialità di un magistrato”.

antonio ingroia,berlusconi,diliberto,pdci,congresso,corte costituzionale,costituzione

Pubblicato in opinioni | Contrassegnato , , , , , , | 1 commento

LA MODERAZIONE CHE NON ESISTE

Dopo il primo turno elettorale delle amministrative 2011, ultimamente spesso sentiamo dire: “Non votate Pisapia perchè lui è un estremista”, “Votando lui votate la Sinistra più estrema e radicale, tutta spinelli e centri sociali”, oppure dall’altra parte “La Moratti si è dimostrata molto più estremista di Pisapia”, “In confronto alla Moratti, Pisapia è un pacato moderato”. Ma che cosa significano queste parole così utilizzate: “moderato” ed “estremista”? Moderato rispetto a chi? Rispetto a cosa? Estremista rispetto a quale idea? A quale concetto? Secondo i nostri comuni metri di giudizio, il Pd e il Pdl sono i “partiti moderati”, non per altro assimilati al CENTRO-sinistra e al CENTRO-destra e a questi possiamo aggiungervi anche l’Udc, il partito di CENTRO per eccellenza da decenni, ma “di centro” rispetto a che cosa? Innanzitutto commettiamo un errore, e cioè confondiamo il termine “pacato” con il termine “moderato”, una persona può essere “pacata” pur essendo ferma e irremovibile su certe posizioni, Berlusconi che molti dicono essere un “moderato” non è per nulla pacato, idem per il ministro La Russa. Ma poi: Berlusconi è davvero definibile un “moderato”? Il fatto è che purtroppo nella realtà della pluralità di opinioni i moderati non esistono, perchè ognuno è “estremista” secondo quelle che sono le proprie, personali e convinte idee ed opinioni. I “democristiani” (in generale) sono gli estremisti del cattolicesimo, fondamentalisti fermi su certe posizioni non diversamente da come i laici o gli atei sono fermi su altre. “Essere moderati” oggi erroneamente significa “ricoprire posizioni condivise” cioè posizioni che possono andare bene alla maggior parte dei cittadini ma il fatto che un’opinione sia condivisa non significa che sia la migliore e la più moderata. Nel Fascismo ad esempio, i Repubblicani-democratici erano degli “estremisti” perchè “la maggior parte dei cittadini” si riconosceva nella sola parola del Duce. Ognuno di noi è estremista per quello che pensa e che crede, e persone come Berlusconi e la Moratti sono persone “estremiste” per ciò che affermano non meno di Vendola e Casini. La gentilezza, l’educazione, la pacatezza non c’entrano niente con la “moderazione politica”, sono cose diverse. Berlusconi potrebbe dire sottovoce e in maniera calma e gentile “Sono un perseguitato dai giudici”, “I Pm sono il cancro di questo Paese”, “Più potere a me, meno al Quirinale”, e il suo modo di esprimere tali concetti in maniera meno irruenta e retorica non svuoterebbe gli stessi di una forte carica “estremista” e “anti-democratica”. Anche tra i giornalisti è così: Belpietro e Sallusti sarebbero i “moderati”? Moderato Berlpietro? In cosa? Solo perchè uno non sbraita e non urla come Grillo non significa che sia un “moderato”. A proposito di Grillo: ecco, lui per esempio potrebbe essere preso come modello perfettamente opposto: propone cose che sarebbero molto ovvie e scontate in un Paese effettivamente democratico ma che ci sembrano “estremiste” solo perchè vengono detta in maniera “non-pacata”, ovvero urlando proposte accompagnate da parolacce (un po’ gratuite) nelle maggiori piazze italiane. Urlare “W l’acqua pubblica”, “W l’Italia unita”, “No al nucleare”, “Fuori i condannati dal parlamento” o “Wi-fi per tutti i cittadini” rende questi messaggi apparentemente aggressivi e rivoluzionari ma in realtà se ci si sofferma ad analizzarli uno per uno ci si accorge che sono proposte “normali”, “democratiche”, condivisibili o meno ma sicuramente che possono formare oggetto di discussione. Grillo per assurdo, fa passare proposte democratiche per delitti contro l’odine pubblico mentre Berlusconi fa passare delitti contro l’ordine pubblico per proposte democratiche, ed è tutto determinato dall’immagine. Sembra quasi d’obbligo a questo punto citare “La Banalità del Male” di Hannah Arendt, opera incentrata sulla figura di Eichmann, gerarca nazista, persona pacatissima, che a vederla sembrava quasi uno di quei nonnetti buoni e affabili, in stile Raimondo Vianello o Piero Angela, gente a cui daresti le chiavi di casa per “fiducia a pelle”. Ecco questo signore è l’uomo che durante la seconda guerra mondiale organizzò materialmente lo sterminio degli ebrei e si scusò pubblicamente durante il processo in Israele nel 1960 dicendo: “Ma io ho solo eseguito degli ordini”, frase da cui scaturì e trasse sostanza il titolo dell’opera della Arendt. Proprio oggi, i nostri politici sembrano tanti Eichmann, i quali mascherandosi dietro un modo di fare affidabile, mansueto e “pacato” si sentono in grado di poter ottenere la fiducia dei cittadini per potere attuare le peggiori nefandezze. Oggi specialmente in politica, si bada molto alla forma e poco alla sostanza e il mercato delle etichette e delle parole è molto più attivo e proficuo di quel che si possa pensare. Pay attention.

Pubblicato in opinioni | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

CHE STRANI QUESTI FRANCESI

Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) è stato arrestato lo scorso 14 Maggio a New York per tentata violenza sessuale ai danni di una cameriera dell’hotel presso cui alloggiava. Strauss-Kahn, importante esponente del Partito Socialista francese, in passato ha ricoperto più volte la carica di ministro, occupandosi prevalentemente di economia e finanza. Il suo arresto è finito su tutte le prime pagine dei più importanti quotidiani nazionali, situazione abbastanza prevedibile dato che il nostro Dominique, era stato indicato come uno dei possibili candidati contro Sarkozy alle prossime elezioni presidenziali in Francia. In terra transalpina nessuno però si è scandalizzato del fatto che un politico di così alto livello sia stato arrestato, nessun mezzo di stampa ha gridato al “complotto dei magistrati sarkozyani”, Strauss-Kahn è stato arrestato come un qualunque altro cittadino al suo posto, perchè chi fa politica non è meno uguale degli altri. Addirittura c’è chi pretende le dimissioni da direttore generale del FMI, roba da matti! Per noi italiani questi sono fanta-processi, se un politico della “Casta” venisse arrestato, sarebbero tutti lì, a gridare contro le toghe “colorate”, “mandate dagli avversari politici per delegittimare ed ostacolare il buon operato” della vittima. Strauss-Kahn è stato “arrestato”, certo, cosa che è ben diversa dall’essere “condannato” anche se spesso noi italiani tendiamo a confondere le due cose, tuttavia ci sono determinate situazioni e posizioni che richiedono un accertamento preventivo ed immediato della verità proprio perchè attengono a persone che rivestono funzioni di prim’ordine. Non c’è bisogno di una condanna definitiva in Cassazione perchè uno si debba dimettere, nelle altre democrazie, o meglio, nelle democrazie, quando un politico viene accusato di qualcosa e c’è bisogno di accertare la sua posizione in merito ad un reato di un certo rango, quel politico di solito si dimette, si fa processare e attende la sentenza: se viene assolto torna lindo ed immacolato a fare politica, se invece viene condannato va dove merita e sconta la pena come tutti gli altri cittadini, questo però avviene nelle democrazie. Da noi ci si barrica dietro immunità, leggi ad personam, autorizzazioni a procedere, attacchi alla magistratura e si pretende pure di avere ragione. Non che negli altri Paesi non ci siano immunità o altre garanzie poste a tutela dei “Rappresentanti” ma è lo “stile” ad essere diverso: da noi uno come Nicola Cosentino, Sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze, con un mandato di arresto già confermato dalla Corte di Cassazione per concorso esterno in associazione camorristica, non solo si trova ancora ad esercitare il suo incarico, poiché la Giunta per le autorizzazioni della Camera ha negato l’autorizzazione a procedere, ma quando Cosentino ha chiesto le dimissioni (giustamente), queste sono state respinte dal Presidente del Consiglio il 19 Febbraio 2010! Il Premier avrà pensato: “Se ci sono qui io, figurati se non ci può stare anche lui che ha fatto meno della metà di quello che ho combinato io!” che come ragionamento francamente non fa una piega… In Francia se un magistrato deve accertare la colpevolezza di un politico però, è il politico che deve sottostare alla Giustizia (cioè si deve far processare), in Italia invece è la Giustizia che deve sottostare al politico, quindi se una norma incrimina un politico per corruzione (tanto per fare un esempio) non ha sbagliato il politico ma è sbagliata la norma, questa va cambiata, bisogna farne un’altra, più buona, più fresca, meno stagionata. Certo magari se Strauss-Kahn possedesse televisioni e giornali, metà dei suoi connazionali probabilmente sarebbero davanti all’ingresso del tribunale, pronti ad applaudirlo e a sostenerlo, magari gridando “Poverino, sei un perseguitato!”, ma da sempliciotto francese qual è non ci ha pensato proprio a comprarsi metà dei media d’oltralpe, forse perchè è stato distratto o forse perchè in Francia chi ha in mano l’informazione non può fare politica. Che strani questi francesi. 

Pubblicato in politica | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

IL PATRIOTA MODERNO

Vi siete mai chiesti: chi è il patriota moderno? E’ un tipo alto, basso, magro, spigliato, introverso, cicciottello, studioso, diligente, menefreghista, uno di quelli che si lamenta sempre, di tutto e di tutti, che dice di odiare l’Italia per poi prontamente difenderla all’estero non appena qualcuno si azzarda a sfiorarla con una critica. Uno di quelli che detesta profondamente la bandiera italiana ma poi sventola il tricolore in curva con orgoglio, magari proprio quando gioca la nazionale. Il patriota moderno è quello che non va dal turco sotto casa a mangiarsi un kebab perchè la pizza è più buona “ed è italiana”, oppure quello che vota “il partito dove ci sono ancora dei valori tradizionali da difendere!”. Ecco il patriota moderno è questo tipo qui, è uno che non è andato a Torino per i 150 dell’Unità d’Italia e che non sa perchè le celebrazioni si siano svolte proprio a Torino. E’ uno che non si accorge del patrimonio inestimabile che l’Italia possiede dal punto di vista storico, che vorrebbe raccontare il Risorgimento ai suoi nipotini ma non può farlo perchè al Liceo l’ha studiato male o non l’ha studiato affatto, che non conosce il significato dell’Inno di Mameli ma lo canta contento ai Mondiali e poi punta il dito contro Benigni perchè ha fatto l’esegesi dell’Inno a pagamento a Sanremo. Il patriota moderno dice di ascoltare solo musica italiana ma nella sua Playlist gli unici suoi connazionali sono Rino Gaetano e Ligabue, ampiamente dietro gli U2 e i Green Day come numero di ascolti quotidiani. E’ una persona che piange per i soldati caduti in guerra in Iraq salvo poi urlare ai cali di produzione dovuti agli sprechi della festa del 17 Marzo, è imitatore e portavoce del leader carismatico che più lo appassiona, che urla contro la Costituzione quando questa ostacola il suo idolo ma che poi rispolvera l’utilità della Carta Fondamentale quando questa può servirgli per ostacolare i suoi avversari, sentendosi per un momento anch’egli un padre costituente. Mazzini, Garibaldi, Cavour e Pellico non erano persone del genere, hanno fatto l’Italia prendendosela in braccio, con umiltà e spirito di sacrificio, annettendo il prospero Regno delle due Sicilie, che vedeva in Napoli una delle città più ricche e potenti d’Europa, al resto dello stivale, sfatando, già all’epoca, il mito del Sud sempre povero, mantenuto e disagiato. Hanno unito mondi in gran parte molto diversi tra loro ma hanno utilizzato la cultura e la lingua come collanti per formare una società nuova, pronta alle sfide del ’900. Oggi parlare di “cultura che unisce” è un po’ come bestemmiare in chiesa, sembra strano e anacronistico, eppure dove oggi si taglia prima si investiva. Abbiamo perso la capacità di “essere contenti di essere italiani”, non siamo incuriositi dalla nostra Storia, dalle nostre avventure, siamo italiani per comodità o per smemoratezza e ci dimentichiamo che la qualità che ci rende italiani per davvero e che per secoli ci ha contraddistinto rispetto agli altri popoli è una sola, oggi necessaria come il pane: l’originalità. Essere italiani significa essere sempre, profondamente, originali.

Pubblicato in opinioni | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

PERCHE’ STATALE

Questo intervento non vuole essere una retorica difesa della “Res Publica” intesa come “Cosa Pubblica” per dirla “alla romana”, non vuole essere un discorso filo-bolscevico su quella che è la situazione delle nostre istituzioni in materia di istruzione e non vuole essere una lettura dogmatica della realtà ma un’analisi aperta a molteplici critiche costruttive. Questo articolo inoltre, vuole semplicemente essere una rilettura in chiave costituzionale delle dichiarazioni del Premier sulla diatriba scuole pubbliche/private. Gli artt. 33 e 34 della nostra Costituzione si occupano di istruzione: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.” (Art. 33 commi 2 e 3), “La scuola è aperta a tutti. (…). I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.” (Art. 34 commi 1,3,4). Rileggendo questi articoli viene davvero da chiedersi se sia Berlusconi ad essere anti-costituzionale o se sia la Costituzione ad essere anti-berlusconiana? Chissà perchè i nostri padri costituenti ci hanno regalato queste norme che oggi ci sembrano quasi scritte per caso, quasi campate in aria? Ma sono davvero così lontane dal comune sentire? Dal vivere civile? Una scuola pubblica e statale significa appunto una scuola “aperta a tutti”, come esordisce quasi gioiosamente l’articolo 34 della nostra Carta Costituzionale. Una scuola che prescinda dai vincoli economici, che prescinda dai ceti sociali e dalle nascite fortunate, una scuola che premia, come recita ancora l’art. 34, “i capaci e meritevoli anche se privi di mezzi” i quali hanno il diritto “di raggiungere i gradi più alti degli studi”. La nostra Costituzione prevede già tutto e noi non ce ne rendiamo conto, basterebbe davvero realizzarla e onorarla fino in fondo per essere all’avanguardia in ogni campo. L’insieme normativo a cui abbiamo appena fatto riferimento è chiaramente una traduzione in ambito scolastico del principio di uguaglianza che (in teoria) non è né di destra né di sinistra, è un principio presente in tutte le Costituzioni dei Paesi civili, che nel 2011 non dovrebbe più scandalizzare nessuno e invece, nonostante tutto, ci sono ancora persone che si stupiscono di essere uguali alle altre persone. La Costituente era composta da una pluralità di uomini, dalle idee più diverse, che hanno deciso di sedersi assieme per ridiscutere i valori ma soprattutto le regole di una comunità, di una società civile, di uno Stato che voleva a tutti i costi diventare uno Stato “di diritto”. E hanno quindi dato vita ad una Costituzione mista, ampia, ferma su certi punti, come l’uguaglianza e il principio di sovranità popolare ma molto equilibrata su altri e proprio qui, in questi articoli, si denota questa apertura mentale più che normativa: la Carta prevede in via ordinaria la scuola come istituzione statale e pubblica ma riconosce comunque ai privati “il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.” In realtà gli “oneri” per lo Stato ci sono comunque perchè le scuole private forniscono comunque un servizio di carattere pubblico di formazione culturale e professionale che va a supportare quello di matrice pubblico/statale, quindi è giusto e comprensibile che gli istituti d’istruzione privati ricevano finanziamenti statali nel momento in cui il servizio offerto sia equipollente, se non superiore, a quello statale. Berlusconi però ora non parla più solo di “toghe” rosse ma anche di “insegnanti” rossi i quali, cito testualmente, “vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i loro genitori vogliono inculcare ai loro figli educandoli nell’ambito della loro famiglia”. Bisognerebbe cambiare tutto quindi, non solo la Costituzione ma anche i libri di storia (specie quando arriveranno ad occuparsi di lui), i docenti, i giudici e, se possibile, anche le mogli. Spesso Mr. B ha espresso dubbi riguardo la legittimità della laurea di Di Pietro, oggi sinceramente mi ritrovo io ad essere un po’ scettico sulla laurea di Mr. B visto che è laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti ma sembra non ricordare nulla degli esami brillantemente superati. Dovrebbe rileggersi qualche libro, magari basterebbe uno solo, piccolo piccolo, formato da 139 articoli, inizia con la C maiuscola, indovinato?

Pubblicato in politica | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

L’ITALIA E GLI ALTRI PAESI DEL TERZO MONDO

Oggi ci sembra quasi normale ascoltare il nostro Presidente del Consiglio prendersela con i magistrati che complottano contro di lui, che indossano vistose toghe rosse e non vedono l’ora di farlo fuori. Fa parte ormai della nostra routine quotidiana tutta italiana, certo a chiunque abbia un po’ di buon senso i continui attacchi alla magistratura risultano gratuiti e chiaramente infondati ma se Mr. B è ancora lì significa che quando racconta le sue bugie molti italiani ancora gli credono. Basterebbe chiedersi perchè sforna leggi incostituzionali una dietro l’altra per non presentarsi neanche in tribunale (Legge Schifani, Legge Pecorella, Legge Alfano, Legittimo Impedimento) se non ha davvero niente da nascondere. Il caso Ruby ha dato la possibilità ancora una volta a Mr. B di deliziarci con le sue “tiritere” contro i giudici parlando di “gravissima intromissione nella vita privata”, “inaccettabile schedatura degli ospiti nella casa di Arcore”, “accuse totalmente infondate e risibili”. Tuttavia è bene sempre tenere viva e fresca la memoria e allora facciamo un piccolo passo indietro e vediamo cosa è successo nel periodo di Mani Pulite e di come l’attenzione dell’opinione pubblica e la percezione della realtà rispetto ai processi e ai magistrati fosse completamente diversa. Sono ormai celebri i cori del 1994 “Milano ladrona, Di Pietro non perdona!”, oppure “Colombo, Di Pietro: non tornate indietro!”, la gente si lanciava per strada per manifestare contro quello che stava succedendo nel mondo della politica nazionale e milanese. La peculiarità di quel periodo è che i manifestanti non erano appartenenti ad un unico pensiero politico, per la prima volta forse l’Italia si sentì politicamente unita nella lotta a favore della legalità. Ma come fu possibile tutto questo? E’ molto semplice: grazie ai mass-media. Giornali e televisioni seguivano passo per passo i processi fin dentro le aule dei tribunali facendo ascoltare in diretta le parole degli imputati ai cittadini che sono stati liberi di formarsi una propria opinione, evidentemente univoca, visti poi i comportamenti dell’opinione pubblica. E nessuno all’epoca parlava di attentati contro la privacy, complotti contro la classe dirigente, di toghe rosse, nere o azzurre, nessuno, perchè Mani Pulite era un affare di tutti, un processo di rilievo pubblico e anche oggi ci sono molti casi di tale importanza, è cambiata però proprio l’attenzione dei media. Nel 1994 tra le guardie e i ladri si scelse di stare dalla parte delle guardie. Certo, i magistrati sbagliano, non sono infallibili e ha ragione Mr. B quando dice che i giudici non pagano mai quando commettono degli errori e che questo è un grosso privilegio di cui godono in qualità di casta, ma tutto ciò non giustifica le offese ad uno dei tre poteri fondanti di uno Stato di diritto: la divisione dei poteri si insegna alle elementari. In una democrazia l’opinione pubblica ha una funzione essenziale, è l’ago della bilancia, il termometro del crollo o del trionfo, purtroppo però essa è facilmente manovrabile attraverso i mass-media che non a caso vengono definiti in un celebre film di Orson Welles il “Quarto Potere” che proprio come gli altri tre poteri dovrebbe essere indipendente e autonomo, ma solo in Italia e negli altri paesi del terzo mondo questo non avviene, per un motivo facile facile che comincia per “conflitto” e finisce con “d’interessi”. Oggi nessuno ci fa vedere i processi di rilievo pubblico o ascoltare le dichiarazioni degli imputati e i giornali raramente seguono passo per passo le udienze dei politici, ci dicono solo “condannato Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa” ma nessuno ci spiega cosa comporta quella condanna per la storia politica italiana. Ci dicono il risultato ma non ci dicono come ci si arriva, così, per farci credere che abbiamo ancora una stampa libera. Allora la gente comincia a non farsi più domande, a chiudersi in casa, e invece di curarsi di dove vanno a finire le proprie tasse pagate, se in opere pubbliche o in tangenti, si cura solo del proprio orticello, recintato il più delle volte con un doppio filo spinato, e di conseguenza Mr. B può raccontare quello che vuole perchè tanto nessuno mai lo smentisce, può far credere che la Legge Alfano serva perchè lui deve essere lasciato libero di lavorare in pace, oppure che i magistrati ogni notte si riuniscano nelle segrete di un castello stregato per tramare altri assurdi reati contro di lui. Ma almeno questo, credo che non succeda negli altri Paesi del terzo mondo.

 

craxifalcioni.jpg

 

Pubblicato in politica | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento